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b) Prigioniera in utopia

Posted by Selene Verri su febbraio 16, 2008

  C’è chi negPolitiche parallelea per l’utopia quello che si è detto – in parte – della fantascienza: ossia che si tratti di un genere “maschile”[1]. E senz’altro sarebbe sbagliato non tener conto delle numerose utopie che raffigurano donne liberate, scritte molto prima del femminismo storico: un nome per tutti, quello di Charlotte Perkins Gilman  con il suo Herland (1914).Rimane il fatto, però, che l’impatto effettivo sul sociale di queste utopie non sembra avere avuto un peso tale da influire in modo determinante sull’immaginario: la donna, per lungo tempo, è sempre vista in funzione dell’uomo, fin dalla primissima delle utopie propriamente dette, quella di Tommaso Moro, come peraltro sottolinea la stessa Palusci:

Un cospicuo numero di scrittori, fin dal cinquecentesco Utopia, avevano visitato mondi più o meno ideali da contrapporre agli statuti storico-economici e religiosi del periodo a loro contemporaneo. Ma nei loro progetti utopici la donna non godeva dei benefici del paese di cuccagna perché non agiva in quanto sognatrice, bensì come puro oggetto del sogno, tanto è vero che il personaggio femminile rimaneva pur sempre “prigioniera in utopia”.[2]

Altrettanto vero, come abbiamo visto, anche per le prime manifestazioni fantascientifiche, i pulp. Ma non è una prerogativa solo della fantascienza di infima categoria: anche autori di tutto rispetto non sono riusciti ad andare oltre i comuni pregiudizi sessisti.

Il caso più controverso è, probabilmente, quello di Robert Heinlein: autore eclettico, ai limiti del contraddittorio, è stato considerato di volta in volta un “quasi femminista”[3] o un maschilista impenitente. Rispetto a una prospettiva pre-anni ’70, certamente Heinlein può apparire quasi un rivoluzionario: prevede per le donne un peso determinante, per esempio, nelle rivoluzioni (in The Moon Is a Harsh Mistress, una dei protagonisti e motori della rivoluzione, Wyoming Knott, è, per l’appunto una donna, e alle donne in generale sono affidati compiti di rilievo) o nell’esercito (in Starship Troopers). Ma, osservato da una prospettiva contemporanea, il presunto “femminismo” heinleiniano appare quanto meno ambiguo. Racconta Joan D. Vinge:

I remember reading Heinlein’s Podkayne of Mars only a few months before I read my first article on feminism (in the Saturday Review), and thinking with a sigh that ‘I would never be as feminine as Podkayne…’

A few months later I read that article, and then more like it. And it struck me at last that I wasn’t the one with the problem – Podkayne was.[4]

Prendiamo come esempio l’estrema libertà sessuale di cui godono le donne su Luna. Mannie spiega a LaJoie, il terrestre ignaro dei costumi lunari che è stato appena processato per aver molestato una ragazza:

‘Here we are, two million males, less than one million females. (…) When thing is scarce, price goes up. Women are scarce (…) – that makes them the most valuable thing in Luna, more precious than ice or air, as men without women don’t care whether they stay alive or not (…) .

‘What that means, here and now, is that women are scarce and call tune… and you are surrounded by two million men who see to it you dance to that tune. You have no choice, she has all the choice. She can hit you so hard it draws blood; you dasn’t lay a finger on her. Look, you put an arm around Tish, maybe tried to kiss. Suppose instead she had gone to hotel room with you; what would happen?’

‘Heaven! I suppose they would have torn me to pieces.’

‘They would have done nothing. Shrugged and pretended not to see. Because choice is hers. Not yours. Not theirs. Exclusively hers (…).

‘Stu, is no rape in Luna. None. Men won’t permit. If rape had been involved, they wouldn’t have bothered to find a judge and all men in earshot would have scrambled to help (…)’[5]

Da questo testo emergono due elementi:

  • che le donne non sono in grado di difendersi autonomamente, nemmeno in gruppo (sono solo gli uomini a difendere le donne, mai altre donne);
  • che le donne sono comunque una merce di consumo, il cui valore dipende dalle normali leggi di mercato della domanda e dell’offerta: «When thing is scarce, price goes up». Le donne diventano dunque «the most valuable thing in Luna», ma rimangono pur sempre una thing, una cosa, ad uso e consumo – evidentemente – maschile.[6]

Anche la facilità e la leggerezza con la quale Wyoh, nei momenti di gioia, baci chiunque le capiti a tiro (dal giovane e – presumibilmente – aitante Mannie all’anziano e forse un po’ decrepito Prof) dà l’impressione di essere nulla più che la proiezione dei desideri forse neanche troppo repressi dell’autore. E le cose non sembrano prendere una piega migliore nemmeno nei momenti in cui le donne vengono coinvolte nella rivoluzione: loro compito è sedurre gli uomini che non hanno voglia di lavorare[7] od occuparsi diligentemente delle faccende di casa in modo che tutto proceda regolarmente come in tempo di pace[8], e quando si tratta di decidere a chi tocca sobbarcarsi il pericolosissimo viaggio verso la Terra, la scelta cade inevitabilmente sui due maschi del trio: Mannie in un primo momento non vuole partire per paura, ma quando gli viene fatto presente che l’alternativa sarebbe di mandare Wyoh, si convince: una donzelletta indifesa in balia di tali rischi? Non sia mai! Ma sotto, a voler guardare, si legge ben altra preoccupazione: una donzelletta più coraggiosa di un uomo? Impossibile: per quanto mal volentieri, dunque, Mannie parte con il suo anziano ex professore.[9]

Infine, naturalmente, l’eroina è bellissima, sensuale e molto femminile, nel senso più tradizionale del termine, proprio come uscita dalla copertina di un pulp: «She was gorgeous. When she undulated down a corridor, boys followed in swarms»[10]. Non solo, ma la famiglia di Mannie le impedisce di dedicarsi ai lavori considerati “maschili” per impegnarla in un primo momento nei lavori di casa, e, in secondo momento, in un beauty shop[11].

La stessa ossessione per la bellezza femminile si ritrova in Starship Troopers, dove le soldatesse sono tutte splendide ragazze, come se fosse indispensabile non dimenticarsi mai di incipriarsi il naso prima di andare a combattere contro alieni mostruosi.[12]

«Women are amazing creatures – sweet, soft, gentle, and far more savage than we are», osserva Mannie[13] in The Moon Is a Harsh Mistress. Solo uno dei tanti commenti sull’inafferrabilità della psiche femminile, ma soprattutto sulla sua irrazionalità rispetto a quella maschile. Sebbene, poi, in Starship Troopers, Carmen sia descritta come «quick in mathematics»[14]: senz’altro, comunque, più abile di Rico e del suo amico Carl.

Uomini e donne, ci dice Heinlein, sono diversi. Ma, in generale, sembra dirci anche che le donne sono (o, quantomeno, dovrebbero essere) più o meno tutte uguali: tutte belle, tutte splendidamente irrazionali (tranne quando studiano matematica), tutte capaci di fare le stesse cose. Le donne heinleiniane sono stereotipi prive della minima consapevolezza di esserlo, personaggi assolutamente integrati nel mondo che li circonda, orgogliose della loro indipendenza posticcia.

In che cosa dunque sono bravissime le donne? Ovviamente, a fare cose diverse da quelle che son capaci di fare gli uomini. Per esempio, in Starship Troopers, sono i migliori piloti: ci sono anche piloti uomini, naturalmente, ma non sono altrettanto abili; mentre la fanteria, a quanto pare, è di composizione esclusivamente maschile.[15] La più centrata – o quantomeno più diretta – risposta femminile arriverà forse solo quindici anni dopo, con la considerazione che Shevek, in The Dispossessed, esporrà al capitano dell’astronave che lo sta trasportando su Urras, il quale non riesce a credere che su Anarres uomini e donne godano di pari diritti e doveri: «A person chooses work according to interest, talent, strength – what has the sex to do with that?»[16].

Quanto all’inconsapevolezza dei personaggi femminili heinleniani di essersi adeguati a uno stereotipo, anche qui è la Le Guin ad aiutarci a metterla in luce: un personaggio analogo è infatti Vea, una delle poche donne che Shevek incontra su Urras. Sono molte le scrittrici di fantascienza che rappresentano donne prigioniere del loro corpo e di una cultura che le vuole come oggetti sessuali, il cui unico potere è quello di ammaliare gli uomini. Ma le rappresentano spogliandole di tutta la poesia con la quale le vede l’occhio maschile. O, meglio, patriarcale, visto che in questo brano è un uomo a vedere, lucidamente, tutta la superficialità del potere sessuale di Vea:

She was so elaborately and ostentatiously a female body that she seemed scarcely to be a human being. She incarnated all the sexuality the Ioti repressed into their dreams, their novels and poetry, their endless paintings of female nudes, their music, their architecture with its curves and domes, their candies, their baths, their mattresses. She was the woman in the table.[17]

L’immagine geniale della “donna nel tavolino”, quasi fosse rinchiusa, prigioniera di questo mobile, così come dei sogni maschili e di tutte le relative manifestazioni, dall’arte all’arredamento, è solo una delle immagini usate dalle scrittrici per rappresentare la donna – come la definiva la Palusci – “prigioniera in utopia”: un’utopia che, nella prospettiva femminile, diventa perciò distopia: i sogni maschili finiscono col corrispondere agli incubi femminili.

Ed ecco allora, già prima della seconda guerra mondiale, il romanzo della Burdekin, quello Swastika Night pubblicato – per l’appunto – sotto pseudonimo, come Murray Constantine. L’autrice immagina, analizzandolo dall’esterno, da un punto di vista maschile, un tipo di incubo molto simile a quello che la Atwood, in The Handmaid’s Tale, ricostruirà decenni dopo vedendolo dall’interno, dal punto di vista femminile: quello della donna ridotta a puro utero, che non ha alcun diritto e deve subire il rapporto sessuale come uno stupro, senza mai ribellarsi. Curiosamente, il romanzo della Atwood e l’edizione di quello della Burdekin pubblicato con il vero nome dell’autrice sono apparsi nello stesso anno, il 1985: diversi anni dopo, quindi, le rivendicazioni femministe, quasi segnali di un riflusso postfemminista da temere e contrastare.

E gli anni Ottanta, in effetti, si sono rivelati un po’ anche la realizzazione delle anti-utopie capitalistiche (quelle di Bradbury, Pohl e Kornbluth, Vonnegut…), nelle quali abbiamo già visto come veniva immaginato il ruolo delle donne: rinchiuse in questi “confortevoli campi di concentramento”[18] che sono le loro case, ne diventano le padrone orgogliose, senza però, di fatto, poter accedere all’esterno, se non come appendici dei loro uomini; un po’ come la moglie che, in un divertente racconto di Robert Sheckley, “Human Man’s Burden” (1956), si può acquistare per corrispondenza, e ricevere impacchettata e ibernata su un altro pianeta. Una donna che però, nel corso del racconto, rivela una sua personalità e individualità, oltre che capacità, inattese (sebbene sempre all’interno di canoni abbastanza tradizionali): proprio come i robot “senz’anima” che lavorano per il protagonista e che ricordano molto da vicino gli schiavi neri delle piantagioni americane.

C’è poi chi non crede nel potere della femminilità. Quasi a dimostrazione della teoria, sopra enunciata, di Betty Friedan, una delle quattro protagoniste (le quattro versioni della stessa persona presente in altrettanti mondi paralleli) di The Female Man (1975) di Joanna Russ, Jeannine Dadier, vive in un 1969 che non ha conosciuto la seconda guerra mondiale: è come se il tempo si fosse fermato, come se per le donne, alle porte degli anni Settanta, non ci fosse altro da fare che essere carine, seguire un comportamento codificato, e sposarsi sperando di aver trovato l’uomo giusto. Jeannine, però, contrariamente alla Vea della Le Guin, non è affatto soddisfatta di questo stato di cose: sembrerebbe essere perfettamente integrata, e cerca in tutti i modi e disperatamente di adeguarvisi, ma in realtà si sente sempre un pesce fuor d’acqua. E non è un caso se è a lei, innanzi tutto, che si rivolge Jael[19], la donna-cyborg appartenente alla razza in guerra con gli uomini. E non è un caso se è lei, alla fine, a dare – presumibilmente a nome di tutte le donne – l’addio a una vita insoddisfacente:

Goodbye to mannequins in store windows who pretend to be sympathetic but who are really nasty conspiracies, goodbye to hating Mother, goodbye to Divine Psychiatrist, goodbye to The Girls, goodbye to Normality, goodbye to Getting Married, goodbye to The Supernaturally Blessed Event, goodbye to being Some Body, goodbye to waiting for Him (poor fellow!), goodbye to sitting by the telephone, goodbye to feebleness, goodbye to adoration, goodbye Politics, hello politics. (…)

Goodbye. Goodbye. Goodbye to everything.[20]

Addio, insomma, all’utopia degli uomini. E benvenuta, utopia delle donne.


[1] Ved. Oriana Palusci, Terra di lei – L’immaginario femminile tra utopia e fantascienza, Pescara: Tracce: 1990, p. 14: «L’utopia, in quanto etimologicamente luogo che non esiste, può rappresentare in modo emblematico la condizione intellettuale femminile alla ricerca di un luogo della felicità, di una società armonica dove la donna può esistere come persona autonoma e non come mera funzione o stereotipo. Occorre quindi mettere in discussione il luogo comune che definisce l’utopia genere letterario maschile, scritto dagli uomini per gli uomini».[2] O. Palusci, op. cit., p. 14.

[3] Cfr. Diane Parkin-Speer, “Almost a Feminist: Robert A. Heinlein” in Extrapolation, vol. 36, No. 2, 1995, pp. 113-125.

[4] J.D. Vinge, “The Restless Urge to Write” in D. Du Pont, op. cit., p. 116.

Trad.: Ricordo di aver letto Podkayne of Mars di Heinlein solo alcuni mesi prima di leggere il mio primo articolo sul femminismo (sulla Saturday Review), e di aver pensato sospirando che “non sarò mai femminile come Podkayne…”

Pochi mesi dopo lessi quell’articolo, e poi altri dello stesso tipo. E alla fine mi resi conto che non ero io ad avere un problema, ma Podkayne.

[5] R. A. Heinlein, The Moon Is a Harsh Mistress, op. cit., pp. 123-124. Trad. pp. 387-388.

[6] Cfr. N. Easterbrook, op. cit., p. 50.

[7] R. A. Heinlein, op. cit., p. 227.

[8] Illuminante anche la risposta che il computer, Mike, nella persona di Adam Selene, dà a Mannie quando quest’ultimo gli chiede se sappia cucinare (cioè, se il personaggio Adam sia in grado di farlo, nella sua vita immaginaria): «Certainly. But I don’t; I’m married». R.A. Heinlein, op. cit., p. 145. Trad. p. 408. Una risposta che, in realtà, in base al sistema matrimoniale di Luna, potrebbe in teoria semplicemente voler dire che, all’interno del suo gruppo matrimoniale, non è lui ad occuparsi della cucina, ma che, letta – e scritta – da una persona del ventesimo secolo, implica evidentemente che i lavori domestici, tra cui cucinare, sono delegati alla donna. Il resto della storia conferma comunque quest’impressione: la mater familias di Mannie, Mum, è, come in qualunque società patriarcale, la regina della casa, che rimane il suo ambito privilegiato, permettendo all’uomo di occuparsi del resto: tra cui, gestire una rivoluzione senza doversi preoccupare di piccole seccature come cucinare o fare il bucato.

[9] Ibid., p. 160.

[10] Ibid., p. 106. Trad. p. 368.

[11] Ibid, p. 106.

[12] Tanto che il narratore-protagonista, commenta, fin dalle prime pagine, a proposito di Carmen, la ragazza che decide di arruolarsi: «Fact was, little Carmen was so ornamental that you just never thought about her being useful». R. A. Heinlein, Starship Troopers, 1959. New York, Ace Books, 1987, p. 27. Trad Fanteria dello spazio di Hilia Brinis in Universo – Fanteria dello spazio – La luna è una severa maestra. Milano, Mondadori, 1984, p. 121. A questo proposito, è interessante segnalare la trasposizione di fatto parodica che Paul Verhoeven fa del libro, nel film omonimo da lui realizzato: in Starship Troopers non solo sono bellissime le soldatesse, ma anche il protagonista, Johnny Rico, è il tipico bello hollywoodiano, biondo con gli occhi chiari, diversamente dal Rico heinleiniano, che è rappresentato come un filippino, quindi, in ogni caso, ben lontano dai canoni di bellezza tipici del mondo occidentale, e in particolare della cultura americana. Una bellezza artificiale che colpisce ancora di più di fronte ai disgustosi alieni dalla forma di aracnidi contro cui questi bellissimi combattono, ma che appare tanto più frivola nel momento in cui qualcuno di loro muore trafitto o sventrato da uno di questi repellenti nemici.

[13] R. A. Heinlein, The Moon Is a Harsh Mistress., op. cit., p. 142. Trad. p. 404.

[14] R. A. Heinlein, Starship Troopers, op. cit., p. 27. Trad. p. 121.

[15] Everett Carl Dolman, “Military, Democracy and the State in Robert Heinlein’s Starship Troopers” in D. M. Hassler and C. Wilcox (ed. by), Political Science Fiction, op. cit., p. 205.

[16] U. K. Le Guin, The Dispossessed, op. cit., p. 17. Trad. p. 15.

[17] Ibid., p. 213. Trad. p. 185.

“La donna dentro il tavolino” si riferisce a un pensiero precedente di Shevek, quando, trovandosi ancora sull’astronave che lo conduce da Anarres a Urras, riflette: «When first aboard the ship, in those long hours of fever and despair, he had been distracted, sometimes pleased and sometimes irritated, by a grossly simple sensation: the softness of the bed. Though only a bunk, its mattress gave under his weight with caressing suppleness. It yielded to him, yielded so insistently that he was, still, always conscious of it while falling asleep. Both the pleasure and the irritation it produced in him were decidedly erotic. There was also the hot-air-nozzle-towel device: the same kind of effect. A tickling. And the design of the furniture in the officers’ lounge, the smooth plastic curves into which stubborn wood and steel had been forced, the smoothness and delicacy of surfaces and textures: were these not also faintly, pervasively erotic? He knew himself well enough to be sure that a few days without Takver, even under great stress, should not get him so worked up that he felt a woman in every table top. Not unless the woman was really there», pp. 18-19. Trad. pp. 16-17.

[18] L’espressione è di una delle primissime femministe, Betty Friedan, autrice, nel 1963, di The Feminine Mystique, il testo che mise in luce il fatto che la fine della seconda guerra mondiale aveva comportato un arretramento della condizione femminile (AA. VV., La storia del XX secolo, op. cit.)

[19] «Later I caught Jeannine by the door as we were all leaving; ‘What did she talk to you about?’ I said. Something had gotten into Jeannine’s clear, suffering gaze; something had muddled her timidity. What can render Miss Dadier self-possessed? What can make her so quietly stubborn? Jeannine said: ‘She asked me if I had ever killed anybody.’». J. Russ, The Female Man, New York: Bantam: 1975, p. 165. Trad. Female Man di O. Palusci. Milano, Editrice Nord, 1989, p. 228.

[20] Ibid., pp. 209-210. Trad. pp. 290-291.

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