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1. Le donne nella fantascienza – a) Alla conquista di un genere “maschile”

Posted by Selene Verri su febbraio 9, 2008

Politiche paralleleDel femminismo nella fantascienza si è ormai detto tutto e il contrario di tutto: di certo c’è che, fino a un determinato momento storico, le scrittrici nel genere erano poche e spesso si celavano dietro pseudonimi maschili (James Tiptree, Jr. per Alice Sheldon) o neutri (Andre Norton per Alice Mary Norton), o dietro le proprie iniziali (C.L. Moore per Christine Lucille Moore): l’editoria fantascientifica, infatti, faticava ad accogliere autrici nelle sue fila[1]. La fantascienza per lungo tempo è stato genere “maschile” anche nei contenuti: gli eroi erano tutti maschi e le eroine, se ve n’erano, erano donne bellissime e indifese che dipendevano dalla protezione dell’uomo (basti pensare alle avventure marziane immaginate da Edgar Rice Burroughs).Naturalmente, questa è una generalizzazione: soprattutto laddove erano proprio le donne a scrivere, il cliché veniva stravolto[2]. Una generalizzazione che però, a grandi linee, regge almeno fino a tutti gli anni ’60, con poche eccezioni. Una di queste è il testo che voci autorevoli nel campo considerano capostipite della fantascienza, ovvero il Frankenstein di Mary Shelley, il quale, secondo alcune interpretazioni, celerebbe riferimenti proprio alla paura del maschio bianco nei confronti dell'”altro”. Una paura di tipo innanzi tutto sessuale, che in seguito si estenderebbe anche ai primi pulp magazine:

Frankenstein points towards a recurrent theme in pulp sf: fear of the alien manifest (at least in the subtext) as fear of a sexual capacity greater than ours, just as White men stereotypically fear Black as sexual athletes too well endowed to compete against. The menace of the alien is often seen in sexual terms in sf illustrations, which right through the magazines of the 1930s and 1940s had a stronger sexual charge than the milk-and-water stories they purported to illuminate.[3]

Le copertine delle riviste di questo periodo sono illuminanti: le donne, bellissime, sono quasi sempre rappresentate in abiti succinti (anche quando indossano una tuta spaziale), spesso in balia di alieni mostruosi, in attesa di essere salvate dal loro uomo. Può capitare di imbattersi di tanto in tanto in qualche amazzone, ma in genere l’aspetto sottolineato in queste illustrazioni è la passività femminile.

Per quanto riguarda il trattamento della sessualità, quest’ultima, come nota Kingsley Amis fin dal 1960,

is almost oppressively normal, more so than in any comparable mode except the Western. Its amount, however, is small, a fact bemoaned by many a commentator, and the tone in which it does get mentioned is often self-righteous.[4]

La conclusione di Amis è estremamente lucida per un uomo che scrive all’inizio degli anni Sessanta: «Though it may go against the grain to admit it, science-fiction writers are evidently satisfied with the sexual status quo»[5].

Già in quel decennio, però, le cose cominciarono, gradualmente, a cambiare, e iniziò a prodursi quello che Sarah Lefanu chiama «the marriage between feminist politics and science fiction»[6]. Sempre più donne cominciarono a scrivere fantascienza, e a farlo abbandonando gli ambigui e fuorvianti pseudonimi dei decenni precedenti. Questo genere letto ancora principalmente da uomini iniziava a mostrare delle prospettive femminili, romanzi e racconti nei quali il punto di vista maschile era messo costantemente in discussione.

E la sorpresa fu che queste opere piacquero: se tra il 1953 e il 1967 nessuna donna aveva vinto un premio Hugo, tra il 1968 e il 1984 si contarono undici vincitrici[7]. Un risultato dovuto evidentemente a una serie di fattori: da un lato, una crescita del pubblico femminile, dall’altro un cambiamento della società che portava gli uomini per lo meno ad accettare un punto di vista diverso da quello tradizionale; inoltre, il fatto che – come già detto – la fantascienza sia genere deputato a rappresentare l'”altro”, l’alieno, e a farlo in modo convincente; e ancora, l’impatto della New Wave con la sua nuova attenzione allo “spazio interno”, e quindi l’esplorazione dell’individuo in quanto tale, svincolato dai cliché; infine, last but not least, la straordinaria abilità di molte di queste scrittrici, e la loro capacità di tenere inchiodata al libro l’attenzione del lettore e della lettrice. Ma forse c’era anche un altro fattore, almeno stando alla testimonianza di una delle più famose (anche al grande pubblico) scrittrici di fantascienza e fantasy:

Then something changed. The success of Star Trek showed that at least half the audience out there – maybe more – was female. (…) Little girls were just as responsive to Star Trek as little boys. Most of the active Star Trek enthusiasts were women (…) Late in the fifties, Cele Goldsmith had been the editor of Amazing Stories, and the excellent editor Judy-Lynn Benjamin – better known as Judy-Lynn Del Rey – became the expert and knowledgeable assistant to John W. Campbell at Analog. Then, about the same time as Star Trek, came the explosion of women in science fiction. The women had been there all along, of course, but before this, the most active fans were active because they had a husband or a brother in the movement. Suddenly women were everywhere.[8]

Delle scrittrici femministe, molto, forse troppo è stato già detto, e a parlare solo del “matrimonio tra femminismo e fantascienza” non si potrebbe far altro che copiare e ripetere concetti triti e ritriti. Meglio, forse, vedere l’evoluzione del personaggio femminile nella fantascienza, analizzare come il tema del gender sia trattato nelle varie opere.


[1] A questo proposito, cfr. la testimonianza video di Andre Norton: «When I first started writing (…) I started out with what they call ‘adventure stories’, and in those days, the only market for adventure stories was supposedly a masculine one, and they would not allow books by a woman writer, the publishers. And so I chose a name that could be either masculine or feminine (…)». A. Norton in Clute-Nicholls, op. cit., voce “Women as portrayed in science fiction”.Trad.: Quando iniziai a scrivere, cominciai da quelle che chiamano “storie d’avventura”, e a quei tempi il solo mercato per le storie d’avventura era apparentemente di sesso maschile: gli editori quindi non accettavano libri scritti da donne. E così mi scelsi un nome che poteva essere sia maschile sia femminile.

[2] Forse l’esempio più affascinante prima della guerra risale agli anni ’30, con Shambleau, dove C.L. Moore narra l’incontro fra l’eroe (molto macho e patriarcale) Northwest Smith e una donna enigmatica che l’eroe pensa di proteggere dall’odio della folla. La donna (Shambleau, per l’appunto) si rivelerà poi essere una versione moderna del mito di Medusa e lo ridurrà in suo potere. Ironicamente, sarà quindi l’eroe maschio a dover essere tratto in salvo.

[3] Clute-Nicholls, op. cit., voce “sex”.

Trad.: Frankenstein anticipa un tema ricorrente nella fantascienza dei pulp: la paura dell’alieno manifesto (quanto meno nel significato implicito) come paura di una capacità sessuale superiore alla nostra, proprio come gli uomini bianchi provano una paura stereotipata nei confronti dei neri in quanto atleti sessuali troppo ben dotati per poter competere con loro. La minaccia dell’alieno è spesso vista in termini sessuali nelle illustrazioni fantascientifiche, che sulle riviste degli anni Trenta e Quaranta avevano una carica erotica più esplicita delle storie all’acqua di rose che pretendevano di illuminare.

[4] K. Amis, op. cit., p. 65. Trad. p. 87.

[5] Ibid., p. 115. Trad. p. 152.

La consapevolezza di Amis su questo tema è stata segnalata, e definita “forse sorprendente”, da Sarah Lefanu nell’introduzione a In the Chinks of the World Machine. London, The Women’s Press, 1988, p. 4. Ed è sempre la Lefanu a sottolineare, come sopra accennato, che «Even in the 1960s, with the growth of left libertarianism and the move away from the exploration of outer space to that of ‘inner space’, as exemplified in the work associated with the magazine New Worlds, and the accompanying interest in ‘personal relationships’, sexual roles were not in themselves challenged». Ibid., p. 4. Trad.: Perfino negli anni Sessanta, con la crescita del libertarismo di sinistra e lo spostamento dall’esplorazione dello spazio esterno a quella dello “spazio interno”, esemplificato nel lavoro della rivista New Worlds, e la contemporanea crescita d’interesse nelle “relazioni interpersonali”, i ruoli sessuali in sé non furono messi in discussione.

[6] Ibid., p. 5. Trad: il matrimonio tra femminismo e fantascienza.

[7] Ibid, p. 7. The Multimedia Encyclopedia of Science Fiction amplia la prospettiva: «Between 1953, when it was established, and 1967 there were no women winners of the Hugo; between 1968 and 1990 there were 21 awards to women out of 92 in the fiction categories, while of the Nebula awards for the years 1968-90 the figures are better still, at 28 awards to women out of 91. Better again are the results of the John W. Campbell Award for Best New Writer, with 8 of the 19 awards to date going to women. In all cases, more men than women vote» (op. cit., voce “Women sf writers”).

Trad.: Tra il 1953, quando fu fondato, e il 1967, non ci furono vincitrici dell’Hugo; tra il 1968 e il 1990, su 92 premi nelle sezioni di narrativa, 21 furono assegnati a donne, mentre le cifre dei premi Nebula per gli anni 1968-90 sono ancora migliori, con 28 premi su 91 conquistati da autrici donne. E ancora migliori sono i risultati del premio John W. Campbell per il Miglior Scrittore Emergente: 8 dei 19 premi assegnati finora sono andati a donne. Sempre, a votare sono più uomini che donne.

[8] Marion Zimmer Bradley, “One Woman’s Experience in Science Fiction” in Denise Du Pont (ed. by), Women of Vision. New York, St. Martin’s Press, 1988, p. 93.

Trad.: Poi qualcosa cambiò. Il successo di Star Trek rivelò che almeno metà del pubblico – forse più – era di sesso femminile. Le ragazzine erano altrettanto sensibili a Star Trek quanto i ragazzini. La maggior parte degli attivi appassionati di Star Trek erano donne. Verso la fine degli anni Cinquanta, Cele Goldsmith era stata la curatrice di Amazing Stories, e l’eccellente editor Judy-Lynn Benjamin – meglio nota come Judy-Lynn Del Rey – era divenuta l’esperta e capace assistente di John W. Campbell a Analog. Poi, più o meno nello stesso periodo di Star Trek, giunse l’esplosione delle donne nella fantascienza. Le donne c’erano sempre state, naturalmente, ma prima di quest’evento le fan più attive erano attive perché avevano un marito o un fratello nel movimento. Improvvisamente le donne erano dappertutto.

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