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c) Scienza e religione

Posted by Selene Verri su gennaio 20, 2008

Politiche paralleleC’è un solo modo per utilizzare – e diffondere – conoscenze su larga scala mantenendole segrete: ammantarle di un’aura di sacralità: quello che fanno, nelle comunità primitive, gli stregoni, o i guaritori. Nella prima fase espansiva della Fondazione, dunque, non abbiamo scienziati (tranne che su Terminus) ma sacerdoti, iniziati solo alle tecniche di funzionamento delle tecnologie nucleari, e non ai segreti più pericolosi, quelli che stanno alla radice del funzionamento stesso.

‘Yes, but you were forced to surround these scientific gifts with the most outrageous mummery. You’ve made half religion, half balderdash out of it. You’ve erected a hierarchy of priests and complicated, meaningless ritual.’

Hardin frowned. ‘What of that? I don’t see that it has anything to do with the argument at all. I started that way at first because the barbarians looked upon our science as a sort of magical sorcery, and it was easier to get them to accept it on that basis. The priesthood built itself and if we help it along we are only following the line of least resistance. It is a minor matter.’

‘But these priests are in charge of the power plants. That is not a minor matter.’

‘True, but we have trained them. Their knowledge of their tools is purely empirical; and they have a firm belief in the mummery that surrounds them.’

‘And if one pierces through the mummery, and has the genius to brush aside empiricism, what is to prevent him from learning actual techniques, and selling out to the most satisfactory bidder? What price our value to the kingdoms, then?’

‘Little chance of that, Sermak. You are being superficial. The best men on the planets of the kingdoms are sent here to the Foundation each year and educated into the priesthood. And the best of these remain here as research students. If you think that those who are left, with practically no knowledge of the elementals of science, or worse still, with the distorted knowledge the priests receive, can penetrate at a bound to atomic power, to electronics, to the theory of the hyperwarp – you have a very romantic and very foolish idea of science. It takes lifetimes of training and an excellent brain to get that far.’[1]

Naturalmente, con l’aiuto di una scienza, dominare attraverso una religione è molto più facile ed efficace, perché si può ricorrere a dei veri “miracoli”: in questo caso, per esempio, il re di Anacreon appare sempre in pubblico su un trono fluttuante e circondato da un’aura “magica”, che gli conferisce sacralità. E, alla fine, sarà proprio grazie alla saldissima fede religiosa dovuta anche a questi artifici, che fallirà la guerra mossa da Anacreon alla Fondazione.

Ma anche la psicostoria, in realtà, è una sorta di religione: molte delle vittorie della Fondazione sono dovute principalmente alla sconfinata fiducia – “fede” sarebbe forse parola più adatta – dei suoi cittadini nel Piano Seldon e, contemporaneamente, al timore reverenziale provato dai loro avversari nel momento in cui li attaccano. Infine, gli stessi scienziati della Seconda Fondazione appaiono come dei semidei, esseri dai poteri superiori che guidano le azioni degli esseri umani senza che questi se ne rendano conto.

A questa forma di scienza-religione risponde Frank Herbert, con il ciclo di Dune, e in particolare con la trilogia iniziale che, come egli stesso spiegò[2], era stata concepita come un unico romanzo, poi cresciuto e sviluppatosi al di là delle intenzioni stesse dell’autore, al punto da richiedere vent’anni di tempo e la realizzazione di tre corposi volumi.

Le Bene Gesserit[3] sono dunque la risposta di Herbert alla Seconda Fondazione:

Dune is clearly a commentary on the Foundation trilogy. Herbert has taken a look at the same imaginative situation that provoked Asimov’s classic – the decay of a galactic empire – and restated it in a way that draws on different assumptions and suggests radically different conclusions. The twist he has introduced into Dune is that the Mule, not the Foundation, is his hero.

The Bene Gesserit are clearly parallel to the “scientist-shamans” of the Foundation. Their science of prediction and control is biological rather than statistical, but their intentions are similar to those of Asimov’s psychohistorians. In a crumbling empire, they seek to grasp the reins of change. The Sisterhood sees the need for genetic redistribution – which ultimately motivates the jihad – and has tried to control that redistribution by means of their breeding program. The Kwisatz Haderach, the capstone of their plan, is not its only goal. Their overall intention is to manage the future of the race. Paul, like the Mule, is the unexpected betrayal of their planned future.[4]

Ironia vuole che Paul non sia però una mutazione imprevedibile, come era il Mulo, ma il prodotto inevitabile dei progetti delle stesse Bene Gesserit. Sebbene egli sia giunto una generazione prima del previsto, ciò che coglie di sorpresa la confraternita non è tanto l'”anticipo” nella sua comparsa, ma quello che si rivela essere un paradosso: colui che doveva rappresentare uno strumento di potere, il Kwisatz Haderach[5], essendo in grado di vedere ciò che le sue creatrici non vedono, non può che essere a conoscenza della vacuità dei loro stessi sogni, sapere che l’universo non può essere controllato, assoggettato, che la vitalità della specie umana risiede proprio nella sua capacità di generare casualmente nuove possibilità.[6]

In contrast to the Foundation trilogy’s exaltation of rationality’s march to predicted victory, Dune proclaims the power and primacy of the unconscious and the unexpected in human affairs. Paul’s wild ride on the jihad, not the careful Bene Gesserit gene manipulation, provides the answer to the Empire’s needs.[7]

Anche il potere delle Bene Gesserit, e quindi di Paul, è un potere basato sulla superstizione religiosa: grazie alle sue capacità, soprattutto profetiche, Paul è venerato su Arrakis (il pianeta desertico) come Muad’Dib, il profeta venuto a salvare il popolo di Dune (il nome locale di Arrakis). In che modo? Attraverso un’altra scienza, venerata dai Fremen[8] come una religione, cioè l’ecologia: la grande promessa di Paul è quella di rendere il pianeta un vero e proprio paradiso, nella prospettiva di chi ci abita:

‘The Fremen have the word of Muad’Dib,’ Paul said. ‘There will be flowing water here open to the sky and green oasis rich with good things. But we have the spice to think of, too. Thus there will always be desert on Arrakis… and fierce winds, and trials to toughen a man. We Fremen have a saying: “God created Arrakis to train the faithful.” One cannot go against the word of God.’[9]

Ma presto anche questa religione si rivelerà sbagliata: nei sequel di Dune Paul, e non solo lui, si pentirà più volte da un lato di aver stravolto l’equilibrio del pianeta, e dall’altro di aver così mutato le persone, divenute in questo modo più deboli e corrotte.

A proposito delle Bene Gesserit, un’ultima osservazione interessante:

Herbert has described the Bene Gesserit as “female Jesuits.” The aunts overcame Herbert’s agnostic father and insisted that the son receive Catholic training. As it turned out, he was taught by Jesuits. An order whose political power and long-term vision silently shaped a great sweep of world affairs, and who were once famed for their training and asceticism, the Society of Jesus bears no small resemblance to the witches of the Imperium. The association in Herbert’s mind between the aunts and the Jesuits seems to have stuck, and may have provided the link between the matriarchy and future management in the Bene Gesserit.[10]

E uno dei romanzi più interessanti del dopoguerra, A Canticle for Leibowitz (1959) di Walter M. Miller, Jr., si fonda proprio sull’idea di una casta monacale – come potevano essere i gesuiti – che si fa depositaria delle conoscenze scientifiche che rischiano di andare perse in seguito all’olocausto nucleare. Miller, cattolico, scrive un testo molto più complesso di quanti cercano di drammatizzare la semplice dialettica tra scienza illuminata e progressista e Chiesa oscurantista e conservatrice[11]. Qui, in un Medioevo post-atomico nel quale le conoscenze tecnologiche sono state spazzate via dalla furia della gente comune, che ha finito per identificare la scienza con l’arma atomica che ha cancellato milioni di vite, l’Ordine di San Leibowitz assume su di sé il compito di raccogliere e salvaguardare il maggior numero di testimonianze scientifiche possibili, sebbene nessuno sia più in grado di interpretarle. Il romanzo, diviso in tre parti, si svolge in un periodo di duemila anni, attraverso la narrazione delle riscoperte scientifiche da parte del nuovo mondo post-atomico e, contemporaneamente, del ritorno del conflitto tra conservatorismo ecclesiale e positivismo scientista.

Una visione ciclica e pessimista della storia che conduce, inevitabilmente, alla ripetizione del disastro nucleare:

The closer men came to perfecting for themselves a paradise, the more impatient they seemed to become with it, and with themselves as well. They made a garden of pleasure, and became progressively more miserable with it as it grew in richness and power and beauty; for then, perhaps, it was easier for them to see that something was missing in the garden, some tree or shrub that would not grow. When the world was in darkness and wretchedness, it could believe in perfection and yearn for it. But when the world became bright with reason and riches, it began to sense the narrowness of the needle’s eye, and that rankled for a world no longer willing to believe or yearn. Well, they were going to destroy it again, were they – this garden Earth, civilized and knowing, to be torn apart again that Man might hope again in wretched darkness.[12]

Speranza: se gli esseri umani sembrano condannati a ripetere i propri errori, sembrano condannati anche a continuare a sperare. E così, ecco l’astronave dei monaci prendere il largo per Alpha Centauri, con tutti i loro memorabilia, per proseguire il cammino dell’umanità, e della conoscenza.

Miller, a voler leggere superficialmente, sembrerebbe volerci dire che non c’è nessuna speranza nella scienza, fonte di distruzione, ma solo nella religione, capace ogni volta di ripartire da zero senza mai rinnegare i suoi fondamenti. Non è, evidentemente, così, o non si spiegherebbe perché i monaci si ostinino a conservare le conoscenze scientifiche anche nel frangente più terribile. Piuttosto, l’autore sembra orientato a voler difendere la collaborazione dei due campi, e a condannare la ricerca del potere da parte di uno dei due. E se Herbert condannava l’uso della religione come fonte di potere, qui la condanna è nei confronti della scienza come fonte di potere, laddove la religione può essere la soluzione per fornire alla scienza quell’anima che altrimenti rischia di dimenticare di avere.

Di certo c’è che, comune a tutti questi lavori, è la cultura del nucleare: lo spettro dell’atomo non dà pace agli scrittori fantascientifici della guerra fredda. E che questo spettro sia particolarmente presente laddove si parla del rapporto tra scienza e potere, ha sicuramente un significato.

Following Hiroshima and Nagasaki, (…) politicians, many of whom had themselves been influenced by science fiction, found themselves in a serious dilemma: they had to depend upon scientists for guidance on atomic research and development, but they saw those same scientists as dangerous, suspiciously naïve and unreliably international (…).[13]

Era inevitabile che questo cocktail scienza-potere-atomo entrasse di prepotenza nella fantascienza. E, se così importante era che le conoscenze nucleari rimanessero segrete, e quindi che non fossero alla portata della gente comune, era inevitabile anche che queste conoscenze fossero viste come qualcosa di iniziatico, di esoterico, di magico e, per estensione, di religioso. Ed ecco che i rapporti più o meno complicati, più o meno ambigui tra scienza, religione e potere divennero un tema ricorrente, quasi ossessivo, del post-Hiroshima.


[1] I. Asimov, Foundation, op. cit., p. 92. Trad. pp. 59-60.

[2] Ved. Timothy O’ Reilly, Frank Herbert. New York, Ungar Publishing, 1981, p. 187.

[3] «BENE GESSERIT: the ancient school of mental and physical training established primarily for female students after the Butlerian Jihad destroyed the so-called ‘thinking machines’ and robots». F. Herbert, Dune, 1965. London, Hodder and Stoughton, p. 587.

Trad. Dune di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli. Milano, Editrice Nord, 1973, p. 518.

[4] Timothy O’ Reilly, op. cit.., p. 87. Trad.: Dune è chiaramente un commento alla trilogia della Fondazione. Herbert ha preso in considerazione la stessa situazione immaginativa alla base del classico di Asimov (la decadenza di un impero galattico) e l’ha riformulata in modo che parta da presupposti diversi e suggerisca diverse conclusioni. La svolta che egli ha introdotto in Dune è che l’eroe qui è il Mulo, non la Fondazione.

Le Bene Gesserit sono evidentemente parallele agli “scienziati-sciamani” della Fondazione. La loro scienza di predizione e controllo è biologica piuttosto che statistica, ma le loro intenzioni sono simili a quelle degli psicostorici di Asimov. In un impero a brandelli, esse cercano di afferrare le briglie del cambiamento. La Sorellanza vede la necessità di una redistribuzione genetica (ciò che in ultima analisi motiva la jihad) e cerca di controllare questa redistribuzione per mezzo del suo programma educativo. Il Kwisatz haderach, il coronamento del loro progetto, non è il loro unico obiettivo. Le loro intenzioni complessive includono il controllo del futuro della razza. Paul, come il Mulo, è l’inatteso tradimento del futuro da loro pianificato.

[5] «KWISATZ HADERACH: ‘Shortening of the way’. This is the label applied by the Bene Gesserit to the unknown for which they sought a genetic solution: a male Bene Gesserit whose organic mental powers would bridge space and time». F. Herbert, op. cit., p. 594. Trad. p. 524.

[6] Timothy O’ Reilly, op. cit., p. 87.

[7] Ibid., pp. 87-88. Trad.: Al contrario dell’esaltazione della trilogia della Fondazione nei confronti del cammino della razionalità verso una vittoria prevista, Dune proclama il potere e la supremazia dell’inconscio e dell’inatteso nei problemi umani. È la cavalcata selvaggia di Paul sulla jihad, la risposta ai bisogni dell’Impero, non l’attenta manipolazione genetica delle Bene Gesserit.

[8] «FREMEN: the free tribes of Arrakis, dwellers in the desert, remnants of the Zensunni wanderers. (‘Sand Pirates’ according to the Imperial Dictionary.)» F. Herbert, op. cit., p. 591. Trad. p. 521.

[9] Ibid., p. 560. Trad. p. 498.

[10] T. O’ Reilly, op. cit., p. 89. Trad.: Herbert ha descritto le Bene Gesserit come “Gesuiti femmine”. Le zie ebbero la meglio sul padre agnostico di Herbert e insistettero che il figlio ricevesse una formazione cattolica. Ne risultò che Herbert fu istruito dai gesuiti. Ordine il cui potere politico e la cui lungimiranza hanno plasmato silenziosamente una gran parte degli affari del mondo, e un tempo famoso per la sua formazione e il suo ascetismo, la Società di Gesù somiglia non poco alle streghe dell’Impero. L’associazione d’idee nella mente di Herbert fra le zie e i gesuiti sembra aver fatto presa, e può essere stata all’origine del collegamento tra matriarcato e gestione del futuro nelle Bene Gesserit.

[11] J. A. Sutherland, op. cit., p. 179.

[12] Walter M. Miller, Jr, A Canticle for Leibowitz. London, Orbit, 1997, p. 303.

Trad. Un cantico per Leibowitz di R. Rambelli. Piacenza, La Tribuna, 1964, p. 366.

[13] Martha A. Bartter, “Normative Fiction” in Science Fiction, Social Conflict and War, ed. by Philip John Davies. Manchester, Manchester University Press, 1999, pp. 177-178.

Trad.: Dopo Hiroshima e Nagasaki, i politici, molti dei quali erano essi stessi stati influenzati dalla fantascienza, si trovarono di fronte a un serio dilemma: dovevano dipendere dagli scienziati per la guida nella ricerca e nello sviluppo nucleari, ma essi vedevano quegli stessi scienziati come pericolosi, sospettosamente ingenui e inaffidabilmente internazionalisti.

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