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b) Scienza e potere

Posted by Selene Verri su gennaio 13, 2008

Politiche paralleleOne may obtain power in SF by means of science – as in the phantasmated dreams and nightmares of nuclear warfare, the conquest of planets by robots, or genetic manipulation – and one may acquire science by means of power – technological and military systems, galactic expansion determining scientific expansion, and so forth. SF seems to be the sphere where power is capable of expanding to utmost degrees; it is also the field where it can collapse dramatically under its own contradictions.[1]

Anche Isaac Asimov, con la sua trilogia della Fondazione, era stato in qualche modo profetico: il primo dei tre romanzi del ciclo era stato pubblicato sulla rivista di Campbell ben prima della catastrofe nucleare giapponese del ’45, ma già immaginava un futuro in cui il potere fosse prerogativa di chi era in possesso della tecnologia più avanzata, e in particolare di una tecnologia di tipo nucleare.

Il ciclo intero ruota intorno alle previsioni sull’intera galassia compiute da un altro scienziato, Hari Seldon, in base a una nuova scienza da lui stesso inventata. Seldon, un matematico di umili origini, riassume tre discipline (matematica, sociologia e storia) in un’unica scienza: la psicostoria. L’idea è che, sebbene le azioni del singolo individuo non siano prevedibili, lo sono però le azioni delle grandi masse (e tanto più grandi sono le masse, tanto più le possibilità di avvicinarsi a una previsione esatta sono alte), secondo il modello delle molecole di gas.

Qual è dunque il futuro della galassia? Nientemeno che il crollo dell’Impero, un’istituzione colossale durata la bellezza di tredicimila anni (oltre dodicimila, nel momento in cui la psicostoria ne prefigura il declino). E il Progetto Seldon ha uno scopo preciso:

Personally, I regret the prospect. Even if the Empire were admitted to be a bad thing (an admission I do not make), the state of anarchy which would follow its fall would be worse. It is that state of anarchy which my project is pledged to fight. (…)

The Empire will vanish and all its good with it. Its accumulated knowledge will decay and the order it has imposed will vanish. Interstellar wars will be endless; interstellar trade will decay; population will decline; worlds will lose touch with the main body of the Galaxy – and so matters will remain. (…)

Psychohistory, which can predict the fall, can make statements concerning the succeeding dark ages. The Empire, gentlemen, as has just been said, has stood twelve thousand years. The dark ages to come will endure not twelve, but thirty thousand years. A Second Empire will rise, but between it and our civilization will be one thousand generations of suffering humanity. We must fight that. (…)

I do not say now that we can prevent the fall. But it is not yet too late to shorten the interregnum which will follow. It is possible, gentlemen, to reduce the duration of anarchy to a single millennium, if my group is allowed to act now. We are at a delicate moment in history. The huge, onrushing mass of events must be deflected just a little – just a little – It cannot be much, but it may be enough to remove twenty-nine thousand years of misery from human history.[2]

E qual è il mezzo per raggiungere questo scopo? La conservazione delle conoscenze: in particolare, di quelle scientifiche:

Q. How do you propose to do this?

A. By saving the knowledge of the race. The sum of human knowing is beyond any one man; any thousand men. With the destruction of our social fabric, science will be broken into a million pieces. Individuals will know much of the exceedingly tiny facets of which there is to know. They will be helpless and useless by themselves. (…) But, if we now prepare a giant summary of all knowledge, it will never be lost. Coming generations will build on it, and will not have to rediscover it for themselves. One millennium will be the work of thirty thousand.[3]

La scienza, dunque, come base per la civiltà, ma anche per chi governerà il nuovo impero: la scienza, come si diceva all’inizio, come mezzo per conquistare – o mantenere – il potere.

È così che viene creata, innanzitutto, l’Enciclopedia galattica, comprendente tutto lo scibile noto nel periodo storico di Seldon. Vengono dunque scelti due pianeti, sede di due Fondazioni. Uno di questi è Terminus, un mondo disabitato ai margini della Via Lattea. L’altro, ma lo si scoprirà solo in un secondo momento, è lo stesso Trantor, il pianeta-megalopoli capitale del multimillenario Impero, al centro della galassia.

Terminus è la sede dei veri e propri Enciclopedisti, e sempre qui si susseguono personaggi, politici e non, dalla forte personalità, che riescono a imprimere agli eventi – insieme a quanto previsto da Seldon riguardo i comportamenti delle masse – il corso voluto dal creatore della psicostoria.

In realtà, presto – cinquant’anni dopo il primo insediamento di Terminus – l’immagine olografica dello stesso Seldon svela la grande verità della Fondazione: l’Enciclopedia non è che un espediente, è il trucco che è servito a convincere i rappresentanti dell’Impero a collaborare al vero progetto della Fondazione (o, meglio, delle due Fondazioni): il grande progetto di ricostituzione di un unico organismo politico che includa l’intera Via Lattea.[4]

In effetti, l’atteggiamento di Asimov nei confronti degli scienziati è quanto meno ambiguo: da un lato, gli Enciclopedisti di Terminus sono personaggi profondamente medievali, il cui unico intento è la conservazione del sapere e che non hanno la minima idea di come gestire una crisi politica:

Hardin, as he sat at the foot of the table, speculated idly as to just what it was that made physical scientists such poor administrators. It might be merely that they were too used to inflexible fact and far too unused to pliable people.[5]

È esattamente la stessa immagine di Swift: troppo scienziati per essere bravi amministratori, e quindi bravi governanti.

Sull’altra sponda, però, abbiamo gli scienziati della Seconda Fondazione: menti superiori, che formano una sorta di governo parallelo, di cui nulla o ben poco sanno i governati, ma anche gli stessi governanti della Prima Fondazione, e il cui scopo è quello di vigilare sulle possibili deviazioni della storia dal sentiero segnato da Seldon e dai suoi collaboratori: saranno loro prima a sconfiggere la grande variabile non prevedibile dal piano Seldon, il Mulo (un mutante in grado di influenzare e dirigere le emozioni altrui, il quale intraprende la conquista della Galassia nel tentativo di creare egli stesso il Secondo Impero previsto da Asimov con diversi secoli di anticipo), poi a guidare gli eventi umani in modo che gli abitanti della Fondazione pensino di essersi liberati della loro stessa presenza, e quindi della loro influenza: una delle condizioni necessarie perché il piano Seldon funzioni, infatti, è che le masse di cui si prevede il futuro non siano consapevoli di essere guidate dall’esterno.

Questo è solo un esempio che dimostra come il “governo degli scienziati” può essere esercitato, sempre e comunque, solo se non è riconosciuto come tale, cioè solo se agisce nell’ombra, spesso contro il governo o i poteri ufficiali. Considerando il termine “scienza” e “scienziato” nel senso più ampio, quindi anche umanistico del termine, lo stesso accade per esempio in Bradbury, dove i depositari della conoscenza collettiva sono costretti a stare ai margini della società, in attesa di tempi migliori in cui prendere in mano le redini della situazione; o nella Le Guin, laddove Shevek – il fisico – si vede costretto a svelare la sua teoria agli Hainish, perché il suo pianeta non è in grado di comprenderne la portata, mentre il pianeta gemello la utilizzerebbe a fini imperialistici; o, ancora, nel cyberpunk, dove colui che meglio conosce i segreti della matrice ha in mano le chiavi per contrastare il potere economico.

In altri casi, scienziati e potenti sono alleati, e allora la scienza è essa stessa la fonte del potere politico: come, per l’appunto, nel caso della Prima Fondazione, la cui supremazia deriva dalla superiorità tecnologica rispetto non solo ai pianeti che la circondano, ma allo stesso Impero. Ma, anche in questo caso, chi possiede le conoscenze scientifiche, non le divulga a chi potrebbe utilizzarle a sua volta per contrastarlo: l’idea del segreto scientifico è un principio-cardine della guerra fredda.

J. Robert Oppenheimer (‘the father of the atomic bomb’) had said ‘you cannot keep the nature of the world a secret’, and Eisenhower in 1945 had agreed with him, suggesting that the USA should make a virtue of necessity and share nuclear information, so aborting the arms race. But both were readily outvoted. By November 1945 the US had decided not to share nuclear technology with Britain and Canada, who had helped to develop it. Because it was thought that this decision settled matters many politicians were horrified by the Russian nuclear explosion of 1949. An easy explanation was treason. Loyalty investigations got fiercer, and the Rosenbergs were sentenced to death in March 1951. Meanwhile the real secret of the hydrogen bomb had been revealed on television by a US senator trying to educate the nation in security! By a final irony Oppenheimer himself (…) had been tried and convicted in a case seen by many as a trial of the United States. The phobia over nuclear security was there before Senator McCarthy, and went straight back to the unpredictability-trauma of 1945. Its development showed once more the split between those who felt science was still a human endeavour and those who saw it as a djinn to be stuffed back in the bottle.[6]

Come mantenere allora il segreto scientifico e, insieme, diffondere quegli stessi strumenti tecnologici che permettono di mantenere la supremazia politica?

Anche questo, ce lo insegna Asimov.


[1] Nadia Khouri, “The Dialectics of Power: Utopia in the Science Fiction of Le Guin, Jeury, and Piercy” in Science-Fiction Studies, Vol. 7, Part 1 (March 1980), p. 49.Trad. Nella letteratura di fantascienza è possibile ottenere il potere per mezzo della scienza (come nei sogni e incubi spettrali della guerra nucleare, la conquista di pianeti per mezzo di robot, o la manipolazione genetica), oppure ottenere la scienza per mezzo del potere (sistemi tecnologici e militari, espansione galattica che determina espansione scientifica, ecc.). La fantascienza sembra essere l’ambito nel quale il potere è in grado di espandersi a livelli estremi; ed è anche il campo nel quale esso può collassare spettacolarmente sotto il peso delle proprie contraddizioni.[2] I. Asimov, Foundation, 1951. London, HarperCollins, 1995, pp. 33-34.

Trad. Fondazione – La quadrilogia completa di Cesare Scaglia. Milano, Mondadori, 1984, pp. 23-24.

[3] Ibid., p. 34. Trad. pp. 24-25.

[4] Ibid., pp. 79-80.

[5] Ibid., p. 57. Trad. p. 38.

[6] T. A. Shippey, “The cold war in science fiction, 1940-1960” in Patrick Parrinder (ed. by), Science Fiction – A Critical Guide. London & New York, Longman, 1979, p. 98. Trad.: J. Robert Oppenheimer (“il padre della bomba atomica”) aveva detto: “non puoi tenere segreta la natura del mondo”, e Eisenhower nel 1945 si era mostrato d’accordo con lui, suggerendo che gli Stati Uniti dovessero fare di necessità virtù e condividere le conoscenze sul nucleare, bloccando in questo modo la corsa agli armamenti. Ma entrambi finirono presto in minoranza. Fin dal novembre 1945 gli Stati Uniti avevano deciso di non condividere la tecnologia nucleare con Gran Bretagna e Canada, che li avevano aiutati a svilupparla. Poiché si pensava che questa decisione avesse sistemato le cose una volta per tutte, molti politici furono presi alla sprovvista e rimasero terrorizzati dall’esplosione nucleare russa del 1949. Una facile spiegazione era il tradimento. Le indagini sulla lealtà degli americani si inasprirono, e i Rosenberg furono condannati a morte nel marzo 1951. Nel frattempo, il vero segreto della bomba all’idrogeno era stato rivelato in televisione da un senatore Usa che intendeva educare la nazione alla sicurezza! Per un’ultima ironia del destino, lo stesso Oppenheimer era stato giudicato e condannato in un procedimento visto da molti come un processo agli Stati Uniti. La fobia sulla sicurezza nucleare era diffusa prima dell’entrata in campo del senatore McCarthy, e risaliva al trauma da imprevedibilità del 1945. Il suo sviluppo mostrava ancora una volta la divisione tra coloro che sentivano che la scienza era ancora un impegno umano e coloro che la vedevano come un genio da ficcare di nuovo nella bottiglia.

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