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4. Lo “stato degli scienziati” – a) Filosofi e scienziati

Posted by Selene Verri su gennaio 6, 2008

Politiche paralleleLo “stato degli scienziati” è, nella letteratura fantascientifica americana, fondamentalmente un altro tipo di stato capitalista, per quanto l’equazione in sé non appaia (e, di fatto, non sia) automatica. Negli Stati Uniti, si prolunga nel ventesimo secolo la grande illusione positivista che in Europa era crollata alla fine del diciannovesimo. Il positivismo vedeva nella scienza e nella tecnologia da un lato, e nel liberismo dall’altro, la soluzione dei problemi dell’umanità. Dunque, anche in questo caso, uno stato che non ha bisogno di Stato, un governo che può essere gestito tranquillamente da governanti non di professione[1]. E, paradossalmente, nell’impeto utopistico-progressista scientista, un governo di tipo conservatore, come dimostra ad esempio (se n’è già accennato nel paragrafo precedente) il ciclo della Fondazione di Asimov:

(…) science and technology are (…) presented as beneficial and critical forces in Asimov’s Foundation trilogy (…). Asimov’s psychohistory is designed not to bring about a different, better world, but to preserve the already existing society from external threats. (…) The possibility of real change and the reality of history are denied through the Spenglerian cyclical model of history and through the return to a future in which the ethics and economics of capitalism have been maintained. And this colonization of our future is not simply Asimov’s reponse to the threat of Fascism, but also to the threat of alternative social structures – the “Communist menace” – insofar as psychohistory can be understood as Asimov’s answer to dialectical materialism.[2]

Naturalmente, nella realtà non è mai esistito uno stato che si possa dire propriamente governato dagli scienziati. Ma, da un certo momento in avanti, la scienza ha iniziato a plasmare la politica in una maniera e con un peso assolutamente sconosciuti in precedenza. Una svolta che la fantascienza prevedeva e attendeva da tempo. Al punto che per qualcuno era addirittura inevitabile.

Sotto lo pseudonimo Anson Mac Donald, Robert Heinlein nel maggio 1941 pubblica su Astounding Science Fiction il racconto ‘Solution Unsatisfactory’, che si apre in questo modo:

In 1903 the Wright brothers flew at Kitty Hawk.

In December, 1938, in Berlin, Dr Hahn split the uranium atom.

In April, 1943, Dr Estelle Karst, working under the Federal Emergency Defense Authority, perfected the Karst-Obre technique for producing artificial radioactives.

So American foreign policy had to change.[3]

In questo racconto, Heinlein riesce a prevedere quattro anni prima della fine della seconda guerra mondiale (e due anni prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti) l’avvento della guerra fredda. Ma soprattutto, con l’ultima di queste quattro affermazioni ha già messo i piedi nel piatto: se la tecnologia cambierà, la politica estera dovrà cambiare.[4]

An underlying (and highly provocative) belief is that history and politics are by-products of scientific research. The A-bomb, of course, appeared to prove this. Diplomacy became ‘atomic’ (or so one thesis put in), and Western society for a while seemed traumatized – not so much, one thinks, from the sheer destructiveness of the new weapon nor from moral doubts about its employment, as from its unpredictable quality, the way it was (unlike aeroplanes, rockets, or radar) related to no previously familiar principle. (…) The nervousness produced was expressed by many American politicians, writers, military correspondents. Science-fiction authors, however, remained largely immune. For one thing they liked weighing speculative possibilities, for another they could feel that the world was at last conforming to the notions of how things ought to be, with the scientist firmly established at the top of the totem pole and politics calculable in terms of research and development. Besides, many years of painful scorn for the fantastic element in science fiction (…) were being most satisfactorily repaid.[5]

Il trionfo di Frankestein, dunque, ma anche, in un senso più ampio, la realizzazione del sogno di Platone, laddove, nella Repubblica, auspica un governo composto da filosofi, l’equivalente greco degli scienziati moderni:

– (…) Poiché i filosofi sono coloro che riescono ad arrivare a ciò che permane sempre invariabilmente costante, mentre coloro che non ci riescono, ma si perdono nella molteplicità del variabile non sono filosofi, a quali spetta la funzione direttiva dello stato? – Come dobbiamo esprimerci, disse, per dare una risposta appropriata? – Così, risposi; costituire guardiani quelli che diano garanzia di saper custodire le leggi e le tradizioni degli stati. – Giusto, disse. – Ora, feci io, si può dubitare se convenga affidare la sorveglianza di un oggetto qualsiasi a un guardiano cieco o a uno di vista acuta? [6]

La vedeva un po’ diversamente, invece, Swift, che, nei Gulliver’s Travels, immaginava un’isola, quella di Laputa, governata da matematici, ingegneri e quant’altro: personaggi che egli descriveva come del tutto inaffidabili, con la testa sempre tra le nuvole, del tutto incapaci di risolvere problemi concreti, e talmente storditi che le loro donne potevano tranquillamente tradirli di fronte ai loro occhi, senza che essi se ne accorgessero.

L’immagine dello scienziato è, evidentemente, un’immagine chiave nella fantascienza di tutti i tempi, nel significato più ampio e comprensivo possibile che si possa attribuire al termine “fantascienza”[7]. Prima del ventesimo secolo, però, essa era dipinta essenzialmente come una figura bizzarra, antisociale, quando non pericolosa, ai limiti della follia: basti ricordare – oltre al Viktor Frankenstein di Mary Shelley – il Dr. Jekyll di Stevenson, l’ambiguo capitano Nemo di Verne, o l’inquietante Dr. Moreau di Wells, ma anche il Rappaccini di Hawthorne.

Già verso la fine dell’Ottocento, però, si riscontra un’inversione di tendenza: l’eroe del momento è Thomas Alva Edison, ispirandosi al cui personaggio negli Stati Uniti – ma non solo – si producono diversi testi, nella stragrande maggioranza destinati a un pubblico popolare. E lo stesso accade per altri illustri nomi della scienza moderna, tra cui Pasteur e Einstein.

Nella fantascienza dei pulp magazine lo scienziato come figura positiva entra subito da protagonista: è infatti lo stesso Hugo Gernsback a introdurre come eroe del suo Ralph 124C 41+ (1911-12, su Modern Electrics), un personaggio così connotato:

Ralph è una super-mente del futuro, ma la sua genialità lo isola dal mondo e lo rende timido e introverso (…). Alice è la fanciulla che lo renderà felice, ma prima Ralph dovrà combattere contro due innamorati delusi (uno è Marziano). Alla fine Alice viene uccisa dal Marziano, ma Ralph ottiene il suo più grande trionfo scientifico resuscitandola.[8]

Da qui in avanti si alternano immagini positive e negative della figura dello scienziato, spesso più precisamente connotato come inventore.

Ma la svolta, come abbiamo visto, avviene solo con Hiroshima e Nagasaki: a questo punto, il potere di chi fa scienza è diventato un potere quanto mai reale, e che comincia ad avere un rapporto ambiguo con il potere politico: a volte di collaborazione, altre volte di concorrenza.


[1] P. Fitting, op. cit., pp. 59-60.[2] Ibid., pp. 60-61. Trad.: La scienza e la tecnologia sono presentate come forze benefiche e decisive nella trilogia della Fondazione di Asimov. La psicostoria di Asimov non è progettata per creare un mondo diverso, migliore, ma per preservare la società esistente da minacce esterne. La possibilità di un vero cambiamento e la realtà della storia vengono negate attraverso il modello ciclico spengleriano della storia e attraverso il ritorno a un futuro nel quale permangono l’etica e l’economia del capitalismo. E questa colonizzazione del nostro futuro non è semplicemente la risposta di Asimov alla minaccia fascista, ma anche alla minaccia di strutture sociali alternative – la “minaccia comunista” -, nella misura in cui la psicostoria può essere compresa come la risposta di Asimov al materialismo dialettico.[3] Citato da T. A. Shippey, ‘The cold war in science fiction, 1940-1960′ in Patrick Parrinder (ed. by), Science Fiction – A Critical Guide. London & New York, Longman, 1979, p. 92.

Trad.: Nel 1903 i fratelli Wright si alzarono in volo a Kitty Hawk.

Nel dicembre del 1938, a Berlino, il Dr Hahn realizzò la fissione dell’atomo d’uranio.

Nell’aprile 1943, la dottoressa Estelle Karst, alle dipendenze dell’Autorità Federale di Difesa d’Emergenza, perfezionò la tecnica Karst-Obre per la produzione di materiale radioattivo artificiale.

Così la politica estera americana dovette cambiare.

[4] Ibid., p. 93.

[5] Ibid., p. 93. Trad.: La convinzione fondamentale (e altamente provocatoria) è che storia e politica siano sottoprodotti della ricerca scientifica. La bomba atomica, naturalmente, sembrava provare questo. La diplomazia divenne “atomica” (o in questo modo la presentava una tesi), e la società occidentale per un po’ apparve traumatizzata: non tanto, probabilmente, a causa della distruttività devastante della nuova arma, né a causa dei dubbi morali riguardanti l’uso dell’arma stessa, quanto per la sua qualità imprevedibile, il modo in cui essa (diversamente dagli aeroplani, dai razzi, o dai radar) non era collegata a nessun principio familiare. Il nervosismo prodotto fu espresso da molti politici, scrittori e corrispondenti dal fronte americani. Gli autori di fantascienza, però, per la gran parte ne rimasero immuni. Da un lato essi amavano soppesare possibilità teoriche, dall’altro sentivano che il mondo finalmente si stava conformando al modo in cui sarebbero dovute andare le cose, con gli scienziati piazzati saldamente sulla cima del palo del totem e la politica computabile in termini di  ricerca e sviluppo. Inoltre, molti anni di doloroso disprezzo nei confronti dell’elemento fantastico nella fantascienza venivano ripagati in maniera più che soddisfacente. (Il corsivo è mio).

[6] Platone, La Repubblica, op. cit., p. 197.

[7] Ved. John Clute and Peter Nicholls, (ed. by), The Multimedia Encyclopedia of Science Fiction. Danbury, Grolier, 1995, voce “Scientists”.

[8] C. Pagetti, Il senso del futuro, op. cit., p. 130.

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