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b) Rivoluzionari senza rivoluzione

Posted by Selene Verri su dicembre 23, 2007

Politiche parallelePersonaggio caratteristico della letteratura antiutopica è il ribelle.

Laddove nella letteratura utopica classica si inseriva il viaggiatore, l’osservatore, l'”esterno” – che coincideva poi con il narratore -, insomma, qualcuno che non solo descrivesse l’isola felice, ma che ne decantasse le doti e che si rammaricava di esserne escluso, nella letteratura antiutopica è sempre presente un personaggio che funge da occhio critico della società di cui fa parte, e nella quale non si sente a suo agio. Alla figura di chi vorrebbe, ma spesso non può, integrarsi nel sogno, si contrappone, nell’utopia negativa, la figura di chi vorrebbe, ma spesso non può, sfuggire all’incubo.

Per quanto riguarda la distopia capitalistica, però, la questione si fa più complessa: proprio perché gli apparati statali non hanno più se non una funzione accessoria, l’illusione è quella di vivere in uno stato di assoluta libertà, quasi di anarchia, e quindi – come abbiamo visto – di utopia nel migliore dei significati possibili del termine.

Per questa ragione, spesso quegli stessi che in corso d’opera diventano ribelli, nelle prime pagine del libro sono in realtà completamente integrati nel sistema, credono nei suoi valori e li propugnano con convinzione: come, in Fahrenheit 451, la figura di Guy Montag, di cui si è già parlato.

Un altro testo, quasi contemporaneo al romanzo di Bradbury, che apre con la descrizione del protagonista perfettamente integrato nella sua società, è The Space Merchants:

As I dressed that morning I ran over in my mind the long list of statistics, evasions, and exaggerations that they would expect in my report. My section – Production – had been plagued with a long series of illnesses and resignations, and you can’t get work done without people to do it. But the Board wasn’t likely to take that as an excuse.

I rubbed depilatory soap over my face and rinsed it with the trickle from the fresh-water tap. Wasteful, of course, but I pay taxes and salt water always leaves my face itchy.  Before the last of the greasy stubble was quite washed away the trickle stopped and didn’t start again. I swore a little and finished rinsing with salt. It had been happening lately; some people blamed Consie saboteurs.[1]

E più avanti:

He sat down in a wave of applause. Schocken clapped too, and looked brightly at the rest of us. I leaned forward with Expression One – eagerness, intelligence, competence – all over my face.[2]

Ci sono tutti gli elementi che identificano il perfetto dirigente della ditta Fowler-Schocken: la preoccupazione per le possibili reazioni del consiglio di amministrazione alla presentazione dei suoi dati; il lusso di potersi lavare con acqua non salata; il disprezzo verso i Consies, gli Indietristi (o conservatori), cioè i ribelli; e perfino lo sfoggio dell’espressione d’ordinanza quando necessario. All’interno di questa descrizione così accurata, si riscontra però fin dall’inizio un elemento di disturbo: Courtenay arriva in ritardo alla riunione perché si ferma a cercare di telefonare – senza ottenere risposta – a una certa Kathy che, apprenderemo successivamente, è sua moglie e che l’ha lasciato. Kathy è insofferente nei confronti del lavoro di Courtenay e del suo cinismo (i pubblicitari cercano di soffiarsi l’un l’altro i clienti anche con l’uso di mezzi quantomeno poco ortodossi come l’introduzione, nei prodotti da loro pubblicizzati, di sostanze che inducono dipendenza). Si scoprirà poi, nel corso del romanzo, che Kathy fa parte proprio della rete dei Consies da Courtenay tanto disprezzati, e dei quali poi lo stesso Courtenay finirà con l’entrare a far parte.

In Player Piano le prime pagine sono addirittura anticipatrici dell’intero libro, oltre che altamente simboliche: il protagonista, Paul Proteus, portando con sé una gatta trovata da poco, va a visitare un grande capannone industriale. A un certo punto la gatta, spaventata da un rumore, cerca di fuggire, ma prima finisce tra gli ingranaggi di una macchina colossale, poi, una volta espulsa dalla macchina, cerca di arrampicarsi sul recinto che la separa dalla libertà, ma rimane folgorata.

La gatta è, per l’appunto, un simbolo del “proteiforme” (il cognome non è stato certo scelto a caso) Paul, che rimarrà anch’egli stritolato dal meccanismo di una società senza aperture e riuscirà a uscirne solo al costo di rinunciare a tutto ciò che è la sua vita: la moglie, il lavoro, la casa… «but outside»[3], come la gatta.

Ognuno di questi ribelli raggiunge mete diverse: Montag riuscirà a liberarsi, e a unirsi ad altri ribelli, ma può sperare solo in un lento cambiamento della società, con costanza e assiduità:

‘(…) When the war’s over, perhaps we can be of some use in the world.’

‘Do you really think they’ll listen, then?’

‘If not, we’ll just have to wait. We’ll pass the books to our children, by word of mouth, and let our children wait, in turn, on the other people. A lot will be lost that way, of course. But you can’t make people listen. They have to come round in their time, wondering what happened and why the world blew up under them. It can’t last.’[4]

Montag però è solo un vigile del fuoco, solo uno dei tanti ingranaggi dell’intero meccanismo. Nel caso di Courtenay, invece, siamo di fronte a un personaggio che ha in pugno un potere immenso, è colui che può manovrare lo stesso Congresso. Ci si aspetterebbe forse da lui, quindi, un’azione più incisiva, una maggiore capacità di dominare gli eventi. Ma, se non fosse per l’intervento di quell’ometto che è il presidente degli Stati Uniti (di cui non veniamo a sapere mai il nome, perché è una funzione ancora prima che un personaggio), lui e Kathy non potrebbero mai fuggire su Venere: sorta di moderni Adamo ed Eva per un nuovo mondo tutto da costruire.

Anche Paul Proteus fa parte degli alti ranghi della società. Ma lui, con il suo amico di università Finnerty e altri cospiratori, cerca invece di compiere una vera e propria rivoluzione, facendo leva sul malcontento della gente comune. Una rivoluzione di cui finiscono però col perdere completamente il controllo. E, alla fine, scoprono che le possibilità di successo erano minime, e che qualcuno ne era ben al corrente:

‘And the Ghost Dance movement proved what?’ said Paul

‘That being a good Indian was as important as being a good white man – important enough to fight and die for, no matter what the odds. They fought against the same odds we fought against: a thousand to one, maybe, or a little more.’

Paul  and Ed Finnerty looked at him incredulously.

‘You thought we were sure to lose?’ said Paul huskily.

‘Certainly,’ said Lasher, looking at him as though Paul had said something idiotic.

‘But you’ve been talking all along as though it were almost a sure thing,’ said Paul.

‘Of course, Doctor,’ said Lasher patronizingly. ‘If we hadn’t all talked that way, we wouldn’t have had that one chance in a thousand. But I didn’t let myself lose touch with reality.’

Lasher, Paul realized, was the only one who hadn’t lost touch with reality. He, alone of the four leaders, seemed unshocked by the course of events, undisturbed by them, even, inexplicably, at peace. Paul, perhaps, had been the one most out of touch, having had little time for reflection, having been so eager to join a large, confident organization with seeming answers to the problems that had made him sorry to be alive. (…)

‘If we didn’t have a chance, then what on earth was the sense of -?’ Paul left the sentence unfinished, and included the ruins of Ilium in a sweep of his hand.

Lasher was fully awake now, and he stood, and paced up and down the room, apparently irritated that he should have to explain something so obvious. ‘It doesn’t matter if we win or lose, Doctor. The important thing is that we tried. For the record, we tried!’[5]

A questo punto, l’eroe è più antieroico che mai: tutto il castello di carte del suo presunto eroismo crolla al soffio dell’anticlimax finale. Eppure, qualcosa di eroico rimane: il tentativo è importante, forse non oggi, ma per il futuro, come lo era in Bradbury. E come, in modo diverso, lo è anche in Pohl e Kornbluth. In nessuno di questi testi si compie una trasformazione radicale della società, e queste opere sembrano dirci che questa trasformazione è impossibile: nel breve termine, però. Mentre alzano un velo sulla speranza in un futuro migliore.

Una speranza che invece, quindici anni dopo, proprio nel cuore degli speranzosi e utopici anni Sessanta, un autore come Ballard sembra negare categoricamente. Il suo ribelle, l’unico ad avere un contatto tale con la realtà da capire che cosa sta succedendo, finisce con l’essere colui che più di tutti ha perso il contatto con la realtà, dal momento che tenta l’impresa disperata di risvegliare le coscienze di chi non ha nessuna voglia di farsi risvegliare. Hathaway, personaggio di straordinaria complessità per un racconto così breve e stilizzato, incarna così, tra l’altro, anche la figura del pazzo: quello stesso pazzo che, secondo la tradizione shakespeariana dell’Amleto o del King Lear, è l’unico veramente sano, l’unico in grado di ragionare con lucidità. Hathaway è il ribelle, come ribelle era il selvaggio di Brave New World, e come lui rifiuta le leggi della società in cui si trova a vivere, fin dall’abbigliamento. Ma, proprio come il selvaggio di Huxley, è un ribelle che nessuno segue veramente, più una curiosità folcloristica, un folle che si comporta in modo eccentrico e che morirà sotto gli sguardi curiosi della gente, per nulla interessata né a lui come persona né tanto meno al suo messaggio.

Hathaway è, poi, anche una figura cristica, il Messia venuto a redimere i pagani dalla superstizione e dalla morte spirituale. In un primo momento, per la verità, egli appare soprattutto come un profeta. Già l’abbigliamento – per l’appunto – è rivelatore: Hathaway calza dei sandali malconci, quasi si trattasse di un frate francescano. Caratteristica dei religiosi è anche la barba che Hathaway porta. Inoltre, egli viene introdotto nel momento in cui annuncia l’avvento di misteriosi signs, che nel racconto sono dei semplici cartelli pubblicitari (sebbene agiscano a livello subliminale), ma che, per il modo in cui sono annunciati, potrebbero avere invece l’altro significato racchiuso nella parola sign: presagi, e presagi evidentemente funesti. Ancora: i capelli non tagliati gli cadono sugli occhi come una tenda, impedendogli quindi di vedere bene: viene spontaneo fare un confronto con Tiresia, il profeta cieco. Tradizionalmente, si sa, chi non vede fisicamente ciò che tutti vedono è in grado di vedere ciò che non vedono gli altri. E, quindi, di fare profezie.

E profezie che presto si rivelano vere. Ma, col procedere dell’intreccio, la figura di Hathaway subisce un’evoluzione: a poco a poco, ci accorgiamo che non è un semplice profeta, ma il Messia in persona. In particolare, emblematica è la sua morte: una morte che ricorda molto il sacrificio sulla croce, a braccia aperte e con un grido insieme di trionfo e di dolore (così come il grido di Gesù: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»), e con un salto, come per volare in un’altra dimensione, per morire e risorgere con un solo atto. Ma è una morte che insieme è anche sconfitta: Hathaway è sì il cristo che si sacrifica per l’umanità, ma nello stesso tempo è il sacrificio offerto sull’altare della religione pagana. Nessuno seguirà il suo messaggio: non solo nessuno si scandalizzerà per aver scoperto di essere condizionato di nascosto, ma questa realtà sarà accettata senza troppi problemi anche da chi, come Franklin, in origine vi si era opposto. Nel mondo ballardiano nemmeno il tentativo ha più valore, non c’è un futuro su cui contare.

L’eroe cyber, invece, è un eroe che ha successo, che riesce nel suo intento: l’hacker non sarebbe tale se non fosse in grado di vincere le sfide che gli si pongono davanti. Ma queste sfide, nel mondo della matrice, non hanno un valore realmente rivoluzionario, una portata globale: ogni sfida è una partita a sé, non ci sono obiettivi più alti da raggiungere. Se il futuro ormai ha perso valore, non resta che concentrarsi sul presente, facendo saltare a una a una le celle della prigione capitalista in cui si è rinchiusi, ma senza mai l’illusione di poter trovare l’uscita della prigione stessa. Case, fondamentalmente, non è un eroe: è un bambino che si diverte a giocare con dei videogame particolarmente pericolosi. Oppure – come lo definiva il barista Ratz – un artista: e un artista maledetto, dal quale ci aspetteremmo di sentir ripetere le parole di Baudelaire:

Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel qu’importe ?

Au fond de l’inconnu pour trouver du nouveau ![6]


[1] F. Pohl, C. M. Kornbluth, op. cit., p. 7. Trad. p. 7.[2] Ibid., pp. 9-10. Trad. p. 9.

[3] K. Vonnegut, op. cit., p. 12.

[4] R. Bradbury, op. cit., p. 160. Trad. pp. 180-181.

[5] K. Vonnegut, op. cit., p. 289. Trad. p. 190.

[6] C. Baudelaire, da “Le Voyageur” in Les fleurs du mal (1857). Versione in prosa di Attilio Bertolucci, cd-rom I grandi classici della letteratura straniera. Milano, Garzanti-L’Espresso, 2000: tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, non importa. Giù nell’Ignoto per trovarvi del nuovo.

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