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d) Trouble on Triton: un'”ambigua eterotopia”

Posted by Selene Verri su dicembre 9, 2007

Politiche paralleleDonna Glee Williams osserva:

There have rarely been two books so closely related, so superficially similar, and so different in thrust as Robert Heinlein’s The Moon Is a Harsh Mistress and Ursula K. Le Guin’s The Dispossessed.[1]

Senz’altro vero. In modo diverso, si potrebbe tuttavia fare un’osservazione simile confrontando il testo della Le Guin e Trouble on Triton di Samuel R. Delany: di sicuro, è difficile trovare due romanzi che siano in modo così palese e così consapevole l’uno la risposta – e il superamento – dell’altro, tanto da esserlo perfino il sottotitolo.

Le tre opere, strettamente collegate, non sono però legate da un rapporto di tipo hegeliano: se The Dispossessed è in qualche modo l’antitesi della tesi heinleiniana, non si può tuttavia considerare Triton (titolo originale dell’opera, diventata Trouble on Triton solo in un secondo tempo) la sintesi dei due testi precedenti. Al contrario, Delany supera ulteriormente i limiti, anche quelli che erano stati lasciati dalla Le Guin.

E il limite del testo della Le Guin sta nello stesso dualismo, per quanto problematico, della narrazione, l’opposizione insanabile tra Anarres e Urras, povertà e abbondanza, uguaglianza e ineguaglianza. Un’opposizione che l’autrice stessa si vede costretta a superare servendosi di una sorta di deus ex machina, l’ambasciatrice terrestre, incarnazione del superego narrativo dell’autrice[2]. In questo modo, Shevek può mettere la propria scienza a disposizione non di Anarres – che non la vuole – né di Urras – che ne vuol fare uno strumento di potere – ma di una terza entità, l’unione di tutti i pianeti abitati.

E se la stessa Le Guin aveva percepito il limite del suo dualismo, e aveva dovuto cercare una via d’uscita, Delany supera ulteriormente questo dualismo attraverso la molteplicità: non più uomo-donna, ma una quantità di sessi; non più Terra-Luna (Urras-Anarres), ma più pianeti e più satelliti. L’anarchia, a questo punto, è completa. E, al centro della narrazione, più che mai, compare l’individuo, in tutta la sua solitudine ma, soprattutto, frammentazione. Dalla coerenza morale di Shevek si passa alla confusione di Bron; da Marcuse si passa a Foucault.

E proprio da Foucault Delany mutua il concetto di eterotopia, attraverso il quale si oppone esplicitamente alla Le Guin: se la sua era un'”utopia ambigua”, quella di Delany è un'”eterotopia ambigua”. E che cosa sia un’eterotopia, ci viene ricordato nell’Appendice B, proprio con una citazione da Foucault:

Utopias afford consolation: although they have no real locality there is nevertheless a fantastic, untroubled region in which they are able to unfold; they open up cities with vast avenues, superbly planted gardens, countries where life is easy, even though the road to them is chimerical. Heterotopias are disturbing, probably because they make it impossible to name this and that, because they shatter or tangle common names, because they destroy ‘syntax’ in advance, and not only the syntax with which we construct sentences but also that less apparent syntax which causes words and things (next to and also opposite one another) to ‘hold together’. This is why utopias permit fables and discourse: they run with the very grain of language and are part of the fundamental fabula; heterotopias… desiccate speech, stop words in their tracks, contest the very possibility of grammar at its source; they dissolve our myths and sterilize the lyricism of our sentences.[3]

Siamo in pieno postmodernismo. E, in ambito sf, in piena New Wave.

Si potrebbe quasi pensare che il mondo immaginato da Delany sia una distopia, se non contenesse tanti elementi utopici. E questo proprio perché al centro viene posto l’individuo, in una realtà nella quale l’individuo è libero come mai lo è stato nella storia. Ma quest’individuo, frammentato, instabile, insicuro, che non sa che cosa vuole, cerca invece legami, cerca certezze, cerca solidità.

Anyone can have it, be a part of it, bask in its radiance, and be one with the radiating element itself – oh, perhaps not everyone can have it at an address within shoulder-rubbing distance of London Point, but somewhere, someplace it’s waiting for you… if not in a family commune, then in a work commune like your theater company, if not in a commune, then at a… well, a heterophilic co-op; if not at a heterophilic co-op, then at a homophilic one. Somewhere, in your sector or in mine, in this unit or in that one, there it is: pleasure, community, respect – all you have to do is know the kind, and how much of it, and to what extent you want it. (…) But what happens to those of us who don’t know? What happens to those of us who have problems and don’t know why we have the problems we do? What happens to the ones of us in whom even the part that wants has lost, through atrophy, all connection with articulate reason. Decide what you like and go get it? Well, what about the ones of us who only know what we don’t like?[4]

 Ancora una volta, l’utopia diventa incubo, eppure non è distopia, perché in questo caso non è il mondo a non volersi adattare all’individuo, ma viceversa. Se vuole, qui l’individuo può trovare quello che cerca. Ma se non sa che cosa vuole, non sa nemmeno che cosa cercare, e di conseguenza non trova. Vivendo nel mito (l’età dell’oro), l’essere non-mitico si trova a disagio.

Ecco allora che la politica, più che mai, è politica del self, del privato anziché del pubblico, ciascuno di noi la porta con sé, come Bloom in Ulysses portava con sé il suo essere ebreo, il suo essere irlandese, la sua multietnicità sparsa per tutta l’Europa. Il corpo umano si svela luogo fondamentale della competizione politica.[5]

Joyciano sotto molti punti di vista, Trouble on Triton narra alcuni mesi della vita di Bron Helstrom (di fatto, attraverso l’uso del flashback, tutta la sua vita fino a quel momento), impiegato specializzato in metalogica[6] su Tritone, uno dei satelliti di Nettuno, nella città di Tethys. È il 2112, e una guerra è in corso tra i Satelliti Esterni (Outer Satellites) e i Pianeti Interni (Inner Worlds). Nel momento in cui inizia la storia, Tritone non è ancora in guerra, ma vi entrerà successivamente. E, subito dopo il conflitto, una serie di riflessioni spingeranno Bron a diventare donna. Ma anche nel suo nuovo corpo la nuova Bron si troverà disadattata esattamente come lo era da uomo.

Parlare di “anarchia”, in questo caso, non è forse del tutto corretto, in quanto esiste una forma di governo sui Satelliti, Tritone compreso. Ma questo governo è così concepito:

‘They’re always telling on the news about all those hundreds of political parties you have on each satellite, out where you guys are from.’

‘There’re not hundreds,’ Sam said, sipping his broth. ‘Only about thirty to thirty-seven, depending on which satellite you’re on.’

‘And when you have an election, none of them ever wins?’

Bron watched Sam decide to laugh. ‘No. They all win. You’re governed for the term by the governor of whichever party you vote for. They all service office simultaneously. And you get the various benefits of the platform your party has been running on. It makes for competition between the parties which, in our sort of system, is both individuating and stabilizing.’[7]

Dal punto di vista economico, Tritone è un misto di capitalismo e collettivismo: non esiste denaro “fisico” (banconote e/o monete), ma chi lavora ottiene dei crediti che gli vengono sottratti attraverso un sistema computerizzato ogni volta che si utilizza un servizio. Il welfare è molto efficiente, come spiega, ancora una volta, Sam, l’amico di Bron che lavora per il governo, a un terrestre:

‘You’re supposed to have less than one-fifth of your population in families producing children,’ the man with the beard and rings said, ‘and at the same time, slightly over a fifth of your population is frozen in on welfare…’ (…)

‘Well, first,’ Sam said from down the table, ‘there’s very little overlap between those fifths – less than a percent. Second, because credit on basic food, basic shelter, and limited transport is automatic – if you don’t have labor credit, your tokens automatically and immediately put it on the state bill – we don’t support the huge, social service organizations of investigators, interviewers, office organizers, and administrators that are the main expense of your various welfare services here. (…) Our very efficient system costs one-tenth per person to support as your cheapest, national, inefficient and totally inadequate system here. Our only costs for housing and feeding a person on welfare is the cost of the food and rent itself, which is kept track of against the state’s credit by the same computer system that keeps track of everyone else’s purchases against his or her own labor credit. In the Satellites, it actually costs minimally less to feed and house a person on welfare than it does to feed and house someone living at the same credit standard who’s working, because the bookkeeping is minimally less complicated. Here, with all the hidden charges, it costs from three to ten times more. Also, we have a far higher rotation of people on welfare than Luna has, or either of the sovereign worlds. Our welfare isn’t a social class who are born on it, live on it, and die on it, reproducing half the next welfare generation along the way. Practically everyone spends some time on it. And hardly anyone more than a few years. Our people on welfare live in the same co-ops as everyone else, not separate, economic ghettos. Practically nobody’s going to have children while they’re on it. (…)’.[8]

E tutto ciò, senza che siano versate tasse, ma solo sottoscrizioni volontarie, per le quali ciascuno ottiene il servizio per il quale ha versato la sottoscrizione. Un sistema definito perciò “volontaristico”.

Un sistema il cui obiettivo è, per l’appunto, porre al centro l’individuo, con le sue necessità più immediate e le sue esigenze più triviali. Le restrizioni sono ridotte all’osso, e anche a livello sociale la libertà è assoluta. Sono illegali sia il matrimonio sia la prostituzione, ma non esistono limiti legali alla costituzione di “famiglie” (normalmente costituite da più adulti che decidono di vivere insieme e avere figli, ma che sono liberi di lasciare la cooperativa o la comune quando vogliono) e ai rapporti sessuali. È comprensibile che uno come Bron, emigrato da Marte, quindi un pianeta, dove tutto, compresa la prostituzione, è regolato per legge, su un satellite si senta sbalestrato in questo mondo fluido, privo di certezze, dove ogni formalità è stata abolita.

Nella Spiga, l’attrice che conosce per caso nel settore non-autorizzato, Bron vede il suo alter ego, e per questa ragione pensa che ella possa comprenderlo: anche fisicamente uguale a lui, tutto ciò che fa è teatro, ciascuno ha una sua parte da recitare, e anche là dove il teatro è più psichedelico, quindi liberatorio, comunque ogni gesto ha un suo significato, nulla è fuori posto: proprio come egli recita costantemente nella vita, cerca sempre la cosa giusta da fare al momento giusto, e quando non ci riesce perché le regole non sono quelle che conosceva lui, perché la parte non è quella che aveva sempre recitato (come nel capitolo ambientato sulla Terra, nel quale porta la Spike a un ristorante lussuosissimo, e gli sembra sempre di aver sbagliato qualcosa pur avendo fatto attenzione a ogni minimo gesto), vive questo momento come una piccola tragedia personale. Anche il suo abbigliamento è continuamente una scelta del costume più adatto all’occasione: «Come on, get your clothes on. I swear, you take longer to get dressed than any five people I’ve ever known put together» gli (anzi, le) viene detto una sera dalla quindicenne della co-op dove va a vivere dopo aver cambiato sesso[9]. Ma la Spiga, provenendo da un satellite, non vive gli stessi problemi di integrazione che ha lui, e alla fine Bron giungerà alla conclusione generale che, poiché non ha saputo capirlo nemmeno lei, nessuna donna è in grado di capire un uomo, e deciderà di essere egli stesso la donna capace di capire un uomo, per poi finire alla disperata ricerca dell’uomo capace di capirla.

In realtà, viene ripetuto più volte nel testo, tutto – comprese le persone – è riconducibile a una tipologia, e di conseguenza l’essere umano si trova alla fine ancora più ingabbiato in questa assoluta libertà, perché incapace di ragionare al di fuori di categorie, anche laddove siano stati superati i dualismi: Delany, non a caso scrittore di colore cresciuto ad Harlem e omosessuale, drammatizza l’incapacità umana di ragionare al di fuori di categorie. Esattamente come mostra la metalogica studiata da Bron: se diciamo che il Taj Mahal non è bianco, non pensiamo che il Taj Mahal sia stupido, o che sia Giovanni, ma che sia di un altro colore, perché bianco rientra in quella categoria e non in un’altra.

La conversazione tra Bron e Brian (la sua consulente dopo il cambio di sesso), alla fine, rispecchia quella tra Shevek e Keng:

Bron sighed. ‘It’s so strange, the way we picture the past as a place full of injustice, inequity, disease, and confusion, yet still, somehow, things were… simpler. Sometimes I wish we did live in the past. Sometimes I wish men were all strong and women were all weak, even if you did it by not picking them up and cuddling them enough when they were babies, or not giving them strong female figures to identify with psychologically and socially; because, somehow, it would be simpler this way to justify…’ But she could not say what it would justify. Also, she could not remember ever thinking those thoughts before, even as a child. She wondered why she said she had. Thinking it now, it seemed bizarre, uncomfortable, unnatural.

‘You know,’ Brian said suddenly, ‘the only reason we can even have this conversation is because we’re both Martians – and not even Martian roaring girls with cutaway veils and silver eyelids, but Martian ladies at that! Anyone out here listening to this would think we were out of our minds, the both of us.’ Her eyelids (which were silver! …but it was just paint) had lowered, projecting faint anger in that typical Martian way. ‘I know it’s the height of rudeness, but really, talking to you always makes me remember how glad I am I left Mars (…).’[10]

Nella Le Guin, Shevek presentava il suo luogo di provenienza – Anarres – come un paradiso, e il luogo in cui si trovava – Urras – come un inferno, mentre Keng presentava il suo luogo di provenienza – la Terra – come un inferno e il luogo in cui si trovava come un paradiso; la stessa cosa avviene qui, ma qui il luogo di provenienza è il medesimo per entrambi (proprio perché non è più necessario il deus ex machina, il terzo elemento che serve a superare i dualismi), ed è Marte. E mentre Shevek tornerà “a casa”, al suo luogo di provenienza, per Bron non sembra esserci speranza. Perché se è vero che Shevek ragiona per dualismi, tuttavia egli riesce a superare questi stessi dualismi, integrando e bilanciando gli opposti, mentre Bron, in un mondo dove non esistono più i dualismi, e dove le categorie sono saltate, si aggrappa a dualismi e categorie per non naufragare nell’anarchia. Ma si aggrappa a qualcosa che non c’è più, e l’anarchia – meglio, l’eterotopia – lo inghiotte inesorabilmente.


[1] D. Glee Williams, op. cit., p. 164.Trad.: Raramente due libri sono stati tanto strettamente collegati, tanto superficialmente simili, e tanto diversi nella spinta propulsiva quanto The Moon Is a Harsh Mistress di Robert Heinlein e The Dispossessed di Ursula K. Le Guin.[2] Nadia Khouri, “The Dialectics of Power: Utopia in the Science Fiction of Le Guin, Jeury, and Piercy” in Science-Fiction Studies, Vol. 7, Part 1 (March 1980), pp. 51-53.

[3] M. Foucault, L’ordine delle cose cit. in Samuel R. Delany, Trouble on Triton, 1976. Hanover, University Press of New England, 1996, p. 292.

Trad. Triton di Franco Giambalvo. Milano, Editrice Nord, 1995, p. 382.

[4] S. R. Delany, op. cit., pp. 103-104. Trad. p. 143.

[5] Neil Easterbrook, op. cit., p. 63.

[6] «People (…) when they go about solving any real problem, don’t use strict, formal logic, but some form of metalogic, for which the rules of formal logic can be considered – on off Thursdays – the generating parameters. (…) The two goals of metalogics are, one) the delimitation of the problem and, two) an exploration of the interpenetration among the problem elements in significant space. In old Boolean terms (…), you might call it a rigorous mapping of the Universe of Discourse. (…) In other words: to deny meaningfully that the Taj Mahal is white, while it is certainly not to affirm, it is most certainly to suggest, that the Taj Mahal is some color, or a combination of colors; and it suggests it a lot more strongly than it suggests that the Taj Mahal is Brian Sanders, freedom, death, large, small, pi, a repeating decimal, or Halley’s comet. Such suggestions hold significance space together and keep it in order. Such suggestions are what solve real problems» S. R. Delany, op. cit., pp. 49-53. Trad. pp. 74-80.

[7] Ibid., p. 185. Trad. pp. 248-249.

[8] Ibid., pp. 151-152. Trad. pp. 204-205.

[9] Ibid., p. 256. Trad. p. 338.

[10] Ibid., p. 254. Trad. pp. 335-336.

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