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c) The Dispossessed: un'”ambigua utopia”

Posted by Selene Verri su novembre 17, 2007

Politiche parallele

Il primo di questi presupposti è il seguente: mentre Heinlein mostra il dualismo insanabile tra individuo e massa, la Le Guin si concentra sul rapporto tra individuo e società. Mentre la massa non è una somma di individui, ma la loro degenerazione, la società scaturisce dalla collaborazione tra gli individui.

Although for both authors individual responsibility is central, for Le Guin it is centered in the faith in the possibility of an organically healthy society, while for Heinlein it is centered in the inescapable foolishness of humans acting in groups. For Le Guin, it is individual responsibility that makes true community possible. For Heinlein, it is the impossibility of community that makes self-responsibility necessary.

In the place of “tanstaafl”, the guiding principle of the Anarresti is Odo’s Analogy: a healthy society as a healthy body, with well functioning cells working together in well-functioning systems serving the benefit of the whole, all completely interdependent in literary fact.[1]

Curiosamente, questo è vero anche dello spencerismo, che, almeno in una prima fase, compie un’analogia tra l’organismo (animale o umano) e la società. Ma poi, Spencer non porta fino in fondo l’analogia, se ne distacca, e vede gli esseri umani come entità autonome.

Elemento peraltro presente anche nella Le Guin: l’individuo – per l’appunto – è assolutamente centrale nella sua concezione politica tanto quanto lo era per Heinlein, e forse anche di più.

Ma The Dispossessed è del 1974: otto anni dopo The Moon Is a Harsh Mistress, sei anni dopo il ’68, mentre, per quanto riguarda la maturazione dell’autrice, il testo apparterrebbe, secondo David L. Porter (che però scrive questo articolo solo un anno dopo la pubblicazione del romanzo), alla terza fase del suo personale percorso politico-narrativo:

Le Guin consistently concerns herself with individuals striving to preserve their integrity, and their resulting conflicts with society. In her earlier works, she focuses primarily on the individual. (…).In the middle transition phase she still emphasizes individual development, yet also reflects the need for balance in the overall society as well. Here Taoist imagery predominates. (…)

Le Guin’s third phase, that of anarchism, asserts that individuals must participate collectively in social change as a necessary precondition to maintaining and developing personal integrity. At the same time, self-development occurs only if social movements themselves are designed for individual growth instead of conformity (…)

According to Le Guin, to neglect the need for balance, for moderation, for appreciation of the inherent contradictions in individuals and society, is to cause individual and social egoism and all their disastrous consequences. (…) In her view, a conservatism which unabashedly glorifies egoistic fulfillment through existing social structures and a liberalism which protects and encourages the same egoism behind labels of “social interest” are equally pernicious. (…). For Le Guin, the only political arrangement sensitive to the need for moderation, for non-egoistic social relations and identity of humans with nature is a classless society.[2]

Ma veniamo al testo: The Dispossessed: An Ambiguous Utopia mette quindi a confronto due pianeti gemelli, il ricco e capitalista Urras (simile sotto diversi aspetti alla Terra attuale, e soprattutto a quella che era la Terra negli anni della Guerra fredda[3]) e il povero, anarchico e collettivista Anarres (il nome deriverebbe dal latino res – “cosa” – preceduto da alfa privativo: “il luogo al di là delle cose, o senza cose”[4]). Protagonista, come in molte altre opere della Le Guin, è un personaggio maschile, uno studioso di fisica di nome Shevek. Già in quello che egli cerca di ottenere è racchiusa tutta la filosofia del Tao, cui si ispira l’autrice: :

(…) Shevek’s obsession with number – which he images in his own mind – reflects his search for a balanced pattern (§2). This motif (…) is connected to his search for a ‘General Temporal Theory.’ The concept of Time which this book presents, often in a charged imaginistic manner, is the other major thematic presentation of balance, wholeness, the paradoxical reconciliation of the opposites of Sequency and Simultaneity (§3). (…) Moreover, when Shevek finally arrives at the General Temporal Theory, the moment is presented in terms which recall the Tao: ‘There would be no trouble at all in going on. Indeed he has already gone on. He was there’ (§9). Is he not on the Way?[5]

Shevek, nato e cresciuto su Anarres, per cercare di sviluppare la sua teoria entra in contatto con gli scienziati di Urras, contro la volontà della maggior parte degli abitanti del suo pianeta. Riesce, sebbene con difficoltà e a prezzo di una vita umana (una specie di poliziotto che lo proteggeva, rimasto vittima di uno dei sassi lanciati dalla folla inferocita), a imbarcarsi su un mercantile verso il pianeta gemello. Questo viaggio gli permetterà di elaborare la sua teoria, ma soprattutto di operare quel confronto tra le due società che alla fine gli farà comunque, e nonostante tutto, preferire il suo mondo, ma in seguito a una crescita interiore che sul suo pianeta non avrebbe potuto conseguire.

Completamente diversa dall’anarchia heinleiniana, la società anarresiana – creata da alcuni transfughi idealisti partiti da Urras oltre un secolo e mezzo prima dell’inizio della vicenda narrata nel romanzo, i quali si ispiravano ai precetti della filosofa Laia Asieo Odo – riflette le idee di molti grandi pensatori anarchici. Primo fra tutti, Kropotkin e il suo comunismo anarchico, che si distingue dal collettivismo anarchico di Bakunin in quanto non richiede il lavoro individuale in cambio dei generi di prima necessità. Questi ultimi sono reperibili liberamente e gratuitamente, e ciascuno sceglie fra varie assegnazioni (“postings”) di lavoro disponibili, proposte da un ufficio apposito dotato di computer (“Divlab”) a seconda delle preferenze personali, dei bisogni sociali o, in mancanza di questi, del bisogno di approvazione da parte di vicini e compagni.

L’istruzione è concepita secondo le idee di due scrittori successivi agli anarchici “classici”, cioè Herbert Read (1893-1968) e Paul Goodman (1911-1972):

Learning centers taught all the skills that prepare for the practice of art: training in singing, metric, dance, the use of brush, chisel, knife, lathe, and so on. It was all pragmatic: the children learned to see, speak, hear, move, handle. No distinction was drawn between the arts and the crafts; art was not considered as having a place in life, but as being a basic technique of life, like speech.[6]

Per i bambini, la scuola si combina con il lavoro della comunità locale, e gli studi avanzati seguono l’organizzazione decentrata dell’università medievale così come la vedeva Goodman: fondata su un rapporto personale tra insegnante e studente, e priva di inutili ingombri quali graduatorie, crediti, e corsi standardizzati obbligatori. Gli studenti seguono i corsi che desiderano richiedendo un insegnante che li offra.[7]

Come si è capito, dal punto di vista economico, è stata abolita la proprietà privata: la stessa nozione di “denaro” per gli odoniani è qualcosa di difficile da concepire, come si evince anche dalle continue gaffe di Shevek su Urras. La proprietà privata è infatti fonte di disuguaglianze (curiosamente, come la concepiva Godwin), mentre scopo dei transfughi di Anarres è di creare non tanto un’utopia, quanto piuttosto un’isotopia, un sistema egualitario-universalistico dove tutti gli individui siano uguali.[8]

L’amministrazione, diversamente dall’istruzione, è centralizzata: l’unico modo, secondo l’autrice, di gestire le limitate risorse di Anarres. Un modo però che può causare dei problemi, e la Le Guin è esplicita su questo punto:

In spite of an organizational design that is supposed to prevent hierarchy from developing, power tends to concentrate at the center, and bureaucrats like Sabul gain more and more control, unless conscious revolutionaries like Shevek, Takver, and Bedap say nay. When someone rocks the boat in this manner, their social position is threatened but, in this basically humane society, the cruder methods of political repression, such as disappearance, assassination, and physical coercion, do not occur (…). The absence of these brutalities does not seem to be because the author is ignoring their possibility, like Heinlein ignores the possibility of the abuses of capitalism, but because in the unalienated society that she postulates, it is unlikely that humans would be so damaged as to inflict coldblooded violence on each other, although violence in hot anger is not out of the question (…).[9]

E questo perché due sono i principi-chiave dell’odonianismo: da una parte, per l’appunto, la responsabilità individuale, dall’altra l’equilibrio del Tao:

In The Dispossessed the model offered is not the Christian martyr, but the Taoist sage. The sage is the person who understands the Tao, the way in which the Universe works, the order of Nature. Shevek the scientist devotes his life to expressing a Unified Field Theory – in other words, to understanding the Tao. Like a good Taoist, he tries to model his life on the Tao as he comprehends it. Intellectually (…) Shevek does not separate his science – the way he understands the Tao – from his ethical life. His spiritual understanding leads, not to martyrdom, but to long and fruitful life. He is physically healthy. He does his work well. He parents well. He maintains the proper balance between himself and his society, between his inner life and his outer life.[10]

Tutto ciò, sembra volerci dire la Le Guin, senza dover ricorrere all’egoismo spenceriano o randiano: al contrario, ciò che guida la società odoniana è la solidarietà fraterna, e la condivisione, a partire dalla condivisione del dolore.

Altro aspetto fondamentale del Tao è la capacità di conciliare le ambiguità e i paradossi. Ecco allora il perché del sottotitolo “Un’ambigua utopia”. Perché nel mondo della Le Guin non ci sono assoluti: sarebbe facile liquidare Anarres come un’utopia contrapposta a Urras vista come distopia. Ma il protagonista, che non si sente totalmente a suo agio in nessuna delle due realtà, intraprenderà un viaggio nel quale cercherà di conciliare i due mondi esattamente come cerca di conciliare sequenzialità e simultaneità.

We don’t want purity, but complexity, the relationship of cause and effect, means and end. Our model of the cosmos must be as inexhaustible as the cosmos. A complexity that includes not only duration but creation, not only being but becoming, not only geometry but ethics.[11]

E l’ambiguità sarà costante: in effetti, i due pianeti sembrano piuttosto costituire due modi diversi di concepire l’utopia: una, quella di Urras, opulenta e fondata sul benessere materiale; l’altra, quella di Anarres, da questo punto di vista paradossalmente antiutopica:

What strikes the visitor to Anarres is not the familiar institutions but the setting. On Anarres the scene (…) determines the act. For this utopia is built on scarcity, almost deprivation. A moral choice for communion created and still sustains this holier community, but brute necessity enforces much of the functioning in the institutions. It is a necessity based on a desert landscape (…). Thus, in simplest terms, Le Guin’s allegory says that the more ideal place, contrary to the whole utopian record and all man’s paradises, need not and should not be built on plenty. Perhaps she would not argue that scarcity is a sufficient or even a necessary condition. But to call a land without green leaf a utopia is surely to cast ambiguity over the term, over the whole idea.[12]

E ancora:

The first critical hurdle in the quest comes in Shevek’s formal training as a physicist: genius soon outgrows the limited facilities of this impoverished country. There is more here than an obvious plea for a world community of science to replace the super-patriotic, nationalistic institutes. It may be possible to contend that a beneficent social order does not require a beneficent natural scene. But the special case of Shevek makes clear that the nurture of genius – scientific progress – requires the materials and opportunity for intercourse that come only from a supported community of science, from the leisure of plenty. There is a very real ambiguity in calling a place where genius cannot flourish an utopia. It is an ambiguity that utopists have kept hidden till now. Utopias make good citizens, good soldiers, but when have they shown us flourishing geniuses other than founders?[13]

Sul fronte opposto, Urras è visto come un paradiso dall’ambasciatrice terrestre Keng, che concede asilo a Shevek, sfuggito alle autorità di A-Io dopo aver provocato una rivolta:

To me, and to all my fellow Terrans who have seen the planet, Urras is the kindliest, most various, most beautiful of the inhabited worlds. It is the world that comes so close as any could to Paradise. (…) I know it’s full of evils, full of human injustice, greed, folly, waste. But it is also full of good, of beauty, vitality, achievement. It is what a world should be! It is alive, tremendously alive – alive, despite all its evils, with hope. (…)

My world, my Earth, is a ruin. A planet spoiled by the human species. We multiplied and gobbled and fought until there was nothing left, and then we died. We controlled neither appetite nor violence; we did not adapt. We destroyed ourselves. But we destroyed the world first. There are no forests left on my Earth. The air is grey, the sky is grey, it is always hot. It is habitable, it is still habitable, but not as this world is. This is a living world, a harmony. Mine is a discord. You Odonians chose a desert; we Terrans made a desert…[14]

L’altra faccia della medaglia: l'”elegia” di Keng è la risposta a Shevek che invece aveva presentato Urras come un inferno:

It was for that idea that I came here, too. For Anarres. Since my people refuse to look outward, I thought I might make others look at us. I thought it would be better not to hold apart behind a wall, but to be a society among the others, a world among the others, giving and taking. But there I was wrong – I was absolutely wrong. (…)

Because there is nothing, nothing on Urras that we Anarresti need! We left with empty hands, a hundred and seventy years ago, and we were right. We took nothing. Because there is nothing here but States and their weapons, the rich and their lies, and the poor and their misery. There is no way to act rightly, with a clear heart, on Urras. There is nothing you can do that profit does not enter into, and fear of loss, and the wish for power. You cannot say good morning without knowing which of you is ‘superior’ to the other, or trying to prove it. You cannot act like a brother to other people, you must manipulate them, or command them, or obey them, or trick them. You cannot touch another person, yet they will not leave you alone. There is no freedom. It is a box – Urras is a box, a package, with all the beautiful wrapping of blue sky and meadows and forests and great cities. And you open the box, and what is inside it? A black cellar full of dust, and a dead man. A man whose hand was shot off because he held it to others. I have been in Hell at last.[15]

E il discorso di Keng non gli farà certo cambiare idea. Al contrario, la sua conclusione è amara:

You don’t believe in Anarres. You don’t believe in me, though I stand with you, in this room, in this moment… My people were right, and I was wrong, in this: We cannot come to you. You will not let us. You do not believe in change, in chance, in evolution. You would destroy us rather than admit that there is hope! We cannot come to you. We can only wait for you to come to us.[16]

Eppure, la sensazione che domina non è l’amarezza, non è il pessimismo: piuttosto, rimane viva l’ambiguità, la mancanza di certezze assolute e dogmatiche:

While Shevek’s return to Anarres clearly indicates his preference for his homeworld, he returns as a more critical and aware person to await the time when finally the Terrans or the Urrasti will seek out Anarres, ready to understand its values.[17]

Non che Shevek non fosse già autonomamente “critico” e “consapevole”, prima del viaggio su Urras. In effetti, la sua è quasi una sorta di fuga dal suo mondo, nel quale burocrazia, giochi di potere (gerarchie informali sviluppatesi all’interno dei sindacati) e “rispettabilità” (ciascuno si comporta non tanto nel modo che ritiene più giusto, quanto piuttosto in modo da non essere giudicato negativamente dalla società) hanno resa necessaria una nuova rivoluzione. Che, però, non deve essere una rivoluzione strutturale, ma una rivoluzione spirituale: non della società, ma dei singoli; non politica, ma individuale.

With the myth of the State out of the way the real mutuality and reciprocity of society and individual became clear. Sacrifice might be demanded of the individual, but never compromise: for though only the society could give security and stability, only the individual, the person had the power of moral choice – the power of change, the essential function of life. The Odonian society was conceived as a permanent revolution, and revolution begins in the thinking mind.[18]

Perché l’utopia sia veramente tale, non deve essere stabile, come lo era in Moro: deve essere invece una “rivoluzione permanente”. Si percepisce anche, in tutta la filosofia politica della Le Guin, l’influenza della scuola di Francoforte, Marcuse e Habermas in testa.

L’idea di bilanciamento, di unione degli opposti, è drammatizzata nella stessa struttura narrativa del testo: una struttura a capitoli alternati, ambientati gli uni su Urras, gli altri su Anarres, con il primo e l’ultimo capitolo a chiudere il cerchio e unire i due mondi.

Infine, ultimo termine di paragone con Heinlein, la coerenza: se per Bernardo de la Paz ciò che conta è il fine, che sempre e comunque giustifica i mezzi, per la Le Guin non è così:

(…) Le Guin makes her novel a vehicle for a central moral principle of anarchism, commonly called that of the unity of means and ends; a better society should not and cannot be achieved by using methods today which would be intolerable once it was a reality. Thus Bakunin insisted against Marx that authoritarian means would not achieve a free society and that a revolutionary dictatorship would be indistinguishable from  a state. (…)

In The Dispossessed symbolism, structure, and plot stress the unity of personal, professional, and political in Shevek as an individual acting in and upon his society.[19]


[1] D. Glee Williams, op. cit., p. 167.Trad.: Sebbene per entrambi gli autori la responsabilità individuale sia centrale, per la Le Guin essa è imperniata sulla fede nella possibilità di una società organicamente sana, mentre per Heinlein è incentrata sul principio dell’inevitabile stupidità degli umani quando agiscono in gruppo. Per la Le Guin, è la responsabilità individuale a rendere possibile la vera comunità. Per Heinlein, è l’impossibilità della comunità che rende necessaria la responsabilità individuale.Al posto del “tanstaafl”, il principio guida degli anarresiani è l’Analogia di Odo: una società sana come un corpo sano, con cellule ben funzionanti che lavorano insieme in sistemi ben funzionanti che servono il bene dell’insieme, tutti completamente interdipendenti nell’azione letteraria.[2] David L. Porter, “The Politics of Le Guin’s Opus” in Science-Fiction Studies, Vol. 2, Part 3 (November 1975), pp. 244-245.

Trad.: La Le Guin si occupa costantemente e con coerenza di individui che lottano per preservare la propria integrità, e dei conseguenti loro conflitti con la società. Nelle sue prime opere, si concentra principalmente sull’individuo. Nella fase mediana di transizione, ella enfatizza ancora lo sviluppo individuale, tuttavia riflette anche il bisogno di equilibrio nella società tutta. Qui predomina l’immaginario taoista.

La terza fase della Le Guin, quella dell’anarchismo, sostiene che gli individui devono partecipare collettivamente al cambiamento sociale come precondizione necessaria al mantenimento e allo sviluppo dell’integrità personale. Allo stesso tempo, la crescita personale è possibile solo se ad essa piuttosto che al conformismo sono orientati i movimenti sociali stessi.

Secondo la Le Guin, trascurare il bisogno di equilibrio, di moderazione, di apprezzamento delle contraddizioni insite negli individui e nella società, alimenta l’egoismo individuale e sociale e tutte le relative disastrose conseguenze. A suo parere, un conservatorismo che esalti sfacciatamente l’appagamento egoistico attraverso le strutture sociali esistenti e un liberalismo che protegga ed incoraggi il medesimo egoismo dietro etichette di “interesse sociale” sono pericolosi nello stesso modo. Per la Le Guin, l’unico ordinamento politico sensibile al bisogno di moderazione, alle relazioni sociali non egoistiche e a una comunione fra esseri umani e natura è una società senza classi.

[3] Di Urras conosciamo varie nazioni, ciascuna riconducibile a una realtà del nostro tempo: A-Io corrisponderebbe agli Stati Uniti, Thu all’Unione sovietica e Benbili al Vietnam. Quando Benbili si ribella, A-Io e Thu intervengono su fronti opposti.

[4] Judah Bierman, “Ambiguity in Utopia: The Dispossessed“, ibid., p. 250.

[5] Douglas Barbour, “Wholeness and Balance: An Addendum”, ibid., p. 249.

Trad.: L’ossessione di Shevek per i numeri – che egli immagina nella sua mente – riflette la sua ricerca di una struttura equilibrata (§2). Questo motivo è legato alla sua ricerca di una “Teoria Temporale Generale”. Il concetto di Tempo presentato in questo libro, spesso in una maniera intensamente immaginistica, è l’altra maggiore rappresentazione tematica dell’equilibrio, dell’interezza, la paradossale riconciliazione degli opposti della Sequenza e della Simultaneità (§3). Inoltre, quando Shevek finalmente elabora la Teoria Temporale Generale, il momento è presentato in termini che ricordano il Tao: “Non ci sarebbe stata alcuna difficoltà nell’andare avanti da lì. Anzi, egli era già andato avanti. Era già arrivato” (§9). Non ha già intrapreso il cammino?

[6] U. K. Le Guin, op. cit., p. 156. Trad. p. 136.

[7] Victor Urbanowicz, “Personal and Political in The Dispossessed“, in Science-Fiction Studies, Vol. 2, Part 3 (November 1975), p. 111.

[8] Neil Easterbrook, “State, Heterotopia – The Political Imagination in Heinlein, Le Guin, and Delany” in D. M. Hassler and C. Wilcox, op. cit., p. 55.

[9] D. Glee Williams, op. cit., p. 168. Trad.: Nonostante la struttura organizzativa sia progettata in modo da prevenire lo sviluppo della gerarchia, il potere tende ad accentrarsi, e i burocrati come Sabul ottengono un’autorità crescente, a meno che rivoluzionari consapevoli come Shevek, Takver e Bedap si oppongano. Quando qualcuno scuote le fondamenta della società in questo modo, la sua posizione sociale viene minacciata ma, in questa società fondamentalmente umana, i metodi della repressione politica più brutali, come il sequestro, l’assassinio e la forza fisica, non sono praticati. L’assenza di queste brutalità non sembra dovuta al fatto che l’autrice ne ignori la possibilità, come Heinlein ignora la possibilità degli abusi del capitalismo, ma al fatto che nella società inalienata che ella immagina, risulta improbabile che gli esseri umani possano essere danneggiati a tal punto da infliggersi reciprocamente violenza a sangue freddo, sebbene non sia esclusa la possibilità della violenza nata a caldo dalla collera.

[10] Ibid., pp. 169-170.

Trad.: Il modello proposto in The Dispossessed non è il martire cristiano, ma il saggio taoista. Il saggio è la persona che comprende il Tao, il modo in cui funziona l’Universo, l’ordine della Natura. Shevek lo scienziato consacra la sua vita all’espressione di una Teoria del Campo Unificato: in altri termini, alla comprensione del Tao. Da buon taoista, cerca di modellare la sua vita sul Tao così come egli lo concepisce. Intellettualmente Shevek non separa la sua scienza (il modo in cui comprende il Tao) dalla sua vita etica. La sua comprensione spirituale non conduce al martirio ma a una vita lunga e produttiva. È fisicamente sano. Svolge bene il suo lavoro. Compie bene il suo dovere di genitore. Mantiene l’equilibrio adeguato tra sé e la società, e tra la sua vita interiore e quella esteriore.

[11] U. K. Le Guin, op. cit., p. 226. Trad. p. 196.

[12] J. Bierman, op. cit., p. 250.

Trad.: Ciò che colpisce il visitatore di Anarres non sono le istituzioni familiari, ma l’ambientazione. Su Anarres la scena determina l’azione. Perché quest’utopia è costruita sulla scarsità, quasi sulla povertà. Quello che ha creato e ancora sostiene questa pia comunità è la scelta morale di vivere insieme, ma è la necessità bruta a imporre gran parte del funzionamento delle istituzioni. È una necessità basata su un panorama desertico. Così, nel modo più semplice, l’allegoria della Le Guin dice che il luogo ideale, contrariamente a tutta la tradizione utopica e a tutti i paradisi sognati dall’uomo, non ha bisogno e non dovrebbe essere costruito sull’opulenza. Forse l’autrice non sosterrebbe che la scarsità sia condizione sufficiente o addirittura necessaria. Ma chiamare utopia una terra senza una foglia verde sicuramente getta un velo di ambiguità sul termine, sull’intera concezione di utopia.

[13] Ibid. Trad.: Il primo serio ostacolo alla ricerca di Shevek giunge nel corso della sua formazione come fisico: presto il genio supera le risorse limitate di questa povera terra. Qui non c’è solo un banale appello in favore di una comunità scientifica mondiale che prenda il posto delle istituzioni nazionalistiche e super-patriottiche. Si potrebbe affermare che un ordine sociale benefico non richieda una scena naturale benefica. Ma il caso speciale di Shevek chiarisce che il nutrimento del genio – il progresso scientifico – necessita di quei materiali e della possibilità di entrare in relazione con altri che possono essere forniti solo da una comunità scientifica riconosciuta e sostenuta anche finanziariamente, dalla comodità dell’abbondanza. C’è un’ambiguità molto reale nel chiamare utopia un luogo dove il genio non può svilupparsi. È un’ambiguità che finora gli utopisti avevano tenuto nascosta. Le utopie fanno dei buoni cittadini, dei buoni soldati, ma quando ci hanno mostrato grandi geni, ad eccezione dei fondatori?

[14] U. K. Le Guin, The Dispossessed, op. cit., pp. 347-348. Trad. pp. 298-299.

[15] Ibid., pp. 346-347. Trad. pp. 297-298.

[16] Ibid., pp. 349-350. Trad. pp. 300-301.

[17] Donald F. Theall, “The Art of Social-Science Fiction: The Ambiguous Utopian Dialectics of Ursula K. Le Guin” in Science-Fiction Studies, Vol. 2, Part 3, op. cit., p. 263.

Trad.: Mentre il ritorno di Shevek su Anarres indica chiaramente la preferenza per il suo pianeta d’origine, egli ritorna da persona più critica e consapevole, in attesa del giorno in cui finalmente i Terrestri o gli Urrasiani andranno alla ricerca di Anarres, pronti a capirne i valori.

[18] U. K. Le Guin, op. cit., p. 333. Trad. p. 287.

[19] Victor Urbanowicz, op. cit., p. 112.

Trad.: La Le Guin fa del suo romanzo un veicolo per uno dei principi morali centrali dell’anarchismo, comunemente chiamato come quello dell’unità di mezzi e fini; una società migliore non si dovrebbe e non si può ottenere usando oggi metodi che sarebbero intollerabili una volta che questa società si fosse realizzata. Così Bakunin insisteva contro Marx che mezzi autoritari non avrebbero portato a una società libera e che una dittatura rivoluzionaria sarebbe stata indistinguibile da uno stato.

In The Dispossessed il simbolismo, la struttura e la trama sottolineano l’unità di personale, professionale e politico in Shevek in quanto individuo che agisce nella e sulla società.

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