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2. Le anarchie – a) Anarchismo e utopia

Posted by Selene Verri su settembre 24, 2007

Politiche paralleleSe la distopia per eccellenza è quella totalitaria, l’utopia per antonomasia risulta essere quella anarchica, come se fosse la presenza stessa dello Stato a rappresentare la negazione dell’utopia: se lo Stato è onnipresente si ha il totalitarismo e quindi la distopia, se assente l’anarchia e quindi l’utopia, se presente ma non soffocante, la realtà attuale, concreta, equidistante da sogno e incubo.

Diversamente però dai modi di immaginare i regimi totalitari, non sembrano esistere veri e propri “cliché” per i testi nei quali vengono descritti immaginari stati anarchici. La ragione di questa varietà sta, evidentemente, in un fatto concreto: mentre i totalitarismi si sono realizzati nella realtà, e su scala nazionale quando non internazionale, e pertanto hanno mostrato di presentare caratteristiche affini, di stati anarchici, allo stato attuale, non ne sono mai esistiti: non, quantomeno, della portata dei totalitarismi novecenteschi. Questa è sia la ragione per la quale l’anarchia può rimanere utopia, un sogno da realizzare, un traguardo da raggiungere, sia, a livello letterario, il motivo per cui ciascuno può immaginare il suo stato un po’ come preferisce.

Non solo, ma è il carattere stesso dell’anarchismo a renderlo inafferrabile e continuamente mutevole:

Les traits de l’anarchisme son difficiles à cerner. Ses maîtres n’ont pas toujours condensé leur pensée en des traités systematiques. Quand d’autres en ont fait l’essai, ce n’a été qu’en de minces brochures de propagande et de vulgarisation, où n’en affleurent que des bribes. De plus, il existe bien des sortes d’anarchismes. Et nombre de variations dans la pensée de chacun des plus grands libertaires.[1]

In effetti, che anarchismo sarebbe se fosse inquadrato in regole sistematiche?

Le refus de l’autorité, l’accent mis sur la priorité du jugement individuel, incitent particulièrement les libertaires à «faire profession d’antidogmatisme». «Ne nous faisons pas les chefs d’une nouvelle religion, écrivait Proudhon à Marx ; cette religion fût-elle la religion de la logique, la religion de la raison.» Aussi les vues des libertaires sont-elles plus diverses, plus fluides, plus malaisées à appréhender que celles des socialistes «autoritaires», dont les églises rivales essaient, au moins, d’imposer à leurs zélateurs des canons.[2]

Tuttavia, un fil rouge, necessariamente, deve esserci anche in questo caso:

En fait, malgré la variété et la richesse de la pensée anarchiste, malgré ses contradictions, malgré ses disputes doctrinales qui tournent d’ailleurs, trop souvent, autour de faux problèmes, nous avons affaire à un ensemble de conceptions assez homogènes. Sans doute existe-t-il, au moins à première vue, des divergences importantes entre l’individualisme anarchiste de Stirner (1806-1856) et l’anarchisme sociétaire. Mais, si l’on va au fond des choses, les partisans de la liberté totale et ceux de l’organisation sociale sont moins éloignés les uns les autres qu’ils se l’imaginent, et qu’on le peut croire à premier vue.[3]

A livello narrativo, quest’omogeneità si riscontra in particolare nella collocazione temporale e spaziale: nel cronotopo di base, insomma. Se i totalitarismi, tendenzialmente, erano collocati in un futuro vicino – in qualche caso quasi immediato, come nella Atwood o in Disch – o quantomeno riconoscibile come molto vicino al nostro presente, le anarchie sono collocate in un futuro molto più lontano; se i totalitarismi venivano immaginati sul nostro pianeta (benché i nazisti in Dick si stiano espandendo anche nel resto del Sistema solare), le anarchie sono immaginate su mondi lontani: curiosamente, nei tre testi che saranno qui esaminati, non su veri e propri pianeti ma su satelliti o presunti tali (l’Anarres della Le Guin è di fatto un pianeta facente parte di un sistema doppio, ma è visto dagli abitanti dell’antagonista Urras come una “luna”).

Questo fatto – lo spostamento molto in là dal punto di vista sia spaziale sia temporale – è dovuto proprio al carattere utopico dell’anarchismo. Scrive Bronislaw Baczko:

«Le utopie non sono spesso altro che verità premature»: queste parole di Lamartine sono divenute quasi un proverbio. Esse riassumono una certa ottica, un certo modo di considerare le utopie: il problema essenziale sarebbe costituito dal loro rapporto con il futuro. Il valore e l’importanza di un’utopia nel presente dipenderebbe dalla sua “verità”, vale a dire dalla sua capacità di prevedere il futuro.[4]

La già citata frase di Bradbury “I’m not trying to predict the future. I’m just doing my best to prevent it” è l’esatto opposto di questa concezione. Essa implica che nel presente esistono già i germi di quel futuro, che quel futuro è molto più vicino di quel che può sembrare, e pertanto bisogna agire subito per evitare che si verifichi. L’utopista nutre evidentemente un’ambizione opposta a quella del distopista: da un lato, quella che il suo sogno, la sua utopia si avveri, si concretizzi (quindi non prevenire, ma, se mai, favorire un determinato processo) e dall’altro, se è vero che “le utopie non sono spesso altro che verità premature”, quella di prevedere il futuro utopico:

L’interrogativo di fondo si ripete: fino a che punto questa o quella utopia è realizzabile? Qual è il rapporto fra il futuro predetto o prefigurato nella e attraverso l’utopia e il presente? A variare è la valutazione dell’avvenire annunciato dalle “verità utopistiche” (…).

L’utopista è spesso un visionario nel senso etimologico del termine – egli vede la sua Città Nuova. L’utopista pertanto esige che il lettore cerchi delle analogie e delle contrapposizioni fra la città sognata e la società attuale, che egli li consideri come due progetti di società e che li metta a confronto.[5]

Questo è vero fin dai tempi di Moro, se non di Platone: l’utopista immagina una società lontana e tagliata fuori dal resto dell’Universo: esattamente come uno scienziato utilizza un ambiente chiuso per compiere i suoi esperimenti e sviluppare le sue teorie. Il cronotopo del pianeta (o, in questo caso, del satellite) colonizzato in un futuro più o meno lontano dalla razza umana, tipico della fantascienza, appare quanto di più adatto a un’esigenza di questo tipo e permette un confronto con la realtà concreta che – ad esempio – la letteratura fantastica rende meno immediato. E, soprattutto, offre (o si sforza di offrire ) un contesto credibile, realizzabile, non liquidabile (come può essere una favola o un testo fantastico) come un qualcosa di molto bello ma irraggiungibile o irrealizzabile nella vita concreta. E l’eterna ambizione pedagogica (oltre che profetica) dell’utopia, positiva o negativa che sia, viene così soddisfatta con più credibilità.[6]

Diversamente dall’utopia classica, però, l’utopia fantascientifica difficilmente si accontenta di mettere a confronto un’isola felice (come potrebbe essere il futuro) con la realtà che viviamo nel presente. Come si diceva, spesso sono satelliti a raffigurare queste utopie: satelliti che, quindi, devono confrontarsi con dei pianeti. È come se fosse tecnicamente impossibile realizzare un’utopia completa su questa Terra, e fosse necessario, novelli pellegrini di una Mayflower spaziale, spostarsi su altri mondi, colonizzarli e, infine, staccarsi dal cordone ombelicale della madrepatria. Il modello americano è in effetti molto presente in questi testi, anche laddove la cultura americana sia pesantemente criticata.

Il fatto di collocare queste realtà utopiche su satelliti permette anche di vederli molto legati al pianeta dal quale – o ai pianeti dai quali, nel caso di Delany – provengono e con il quale, inevitabilmente, sono messi a confronto di continuo. Naturalmente, questo pianeta sarà lo specchio di come l’autore immagina la Terra in un futuro nel quale l’evoluzione è proseguita secondo i principi del presente, quindi un futuro sì progredito ma che non ha realizzato l’utopia, il che gli permette di mettere a confronto la sua utopia, a suo avviso realizzabile, con la nostra realtà imperfetta.

Altro vantaggio di ambientare un’utopia su un altro mondo è proprio quello di poter giustificare un mutamento così radicale senza ricorrere a rivoluzioni tanto violente da poter mettere in dubbio la bontà della stessa utopia. In effetti,

Esiste in astratto una contrapposizione netta fra utopia e riforma. (…) L’utopia (…) non tollera soluzioni parziali e puntuali che si limiterebbero a diminuire il male sociale esistente. L’utopia non si situa nel relativo ma aspira all’assoluto. (…) [Essa] richiede una frattura radicale con la società costituita di cui non intende essere una continuazione, essa immagina un nuovo inizio ex nihilo e, al contempo, rifiuta di rifugiarsi nelle alternative offerte dall’ordine costituito. (…) Una riforma, invece, non implica alcuna visione globale dell’alterità sociale; i progetti di riforma escludono anzi qualsiasi rottura radicale ma fanno appello a mutamenti puntuali e parziali nell’ambito della continuità.[7]

L’anarchia, si diceva, è l’utopia per eccellenza. Ma nel Novecento l’utopia non può essere – e non è – quello che era in Tommaso Moro o, più recentemente, nei romanzi ottocenteschi ambientati in un futuro – per l’appunto – utopico. Non lo è più nella forma, ma soprattutto, nel contenuto. Proprio perché l’umanità ha visto che cosa può succedere quando si realizza un’utopia politica, il genere utopico si è problematizzato, arricchito, ha assunto una dialettica interna prima assente.

E la problematizzazione cresce, parrebbe, con il passare degli anni. Come dimostra la successione  delle tre opere “gemelle” The Moon Is a Harsh Mistress di Robert A. Heinlein, The Dispossessed di Ursula K. Le Guin e Triton di Samuel R. Delany.


[1] Daniel Guérin, L’anarchisme – De la doctrine à la pratique, 1965. Paris, Gallimard, 1981, p.11.Trad.: È difficile circoscrivere i contorni dell’anarchismo. I suoi teorizzatori non hanno sempre condensato il loro pensiero in trattati sistematici. Quando altri ci hanno provato, ne sono usciti solo degli opuscoletti di propaganda e volgarizzazione, dai quali non affiorano altro che frammenti di teoria. Inoltre, esistono diversi tipi di anarchismo. E diverse variazioni all’interno del pensiero di ciascuno dei più grandi libertari.

[2] Ibid. Trad.: Il rifiuto dell’autorità, l’accento posto sulla priorità del giudizio individuale, incitano in modo particolare i libertari a “fare professione di antidogmatismo”. «Non rendiamoci capi di una nuova religione – scriveva Proudhon a Marx; – foss’anche questa religione la religione della logica, la religione della ragione». Di conseguenza le opinioni dei libertari sono più varie, più fluide, più difficili da afferrare di quelle dei socialisti “autoritari”, le cui chiese rivali cercano, per lo meno, di imporre dei canoni ai loro fedeli.

[3] Ibid., p. 12. Trad.: In realtà, nonostante la varietà e la ricchezza del pensiero anarchico, nonostante le sue contraddizioni, nonostante le sue dispute dottrinali che peraltro ruotano, troppo spesso, intorno a falsi problemi, abbiamo a che fare con un insieme di concezioni abbastanza omogenee. Certo, sembrerebbero esserci, almeno a prima vista, delle grosse differenze tra l’individualismo anarchico di Stirner (1806-1865) e l’anarchismo societario. Ma, a guardare al nocciolo delle cose, i sostenitori della libertà totale e quelli dell’organizzazione sociale sono meno lontani gli uni dagli altri di quanto essi immaginino, e di quanto si possa credere a prima vista.

[4] B. Baczko, op. cit., p. 3.

[5] Ibid., p. 4.

[6] In particolare, questo discorso è vero per quei romanzi che tentano di affrontare il tema della costruzione di utopie: per fare due esempi tra i tanti, Jem – The Making of a Utopia di Frederik Pohl (1979) e il ben più recente White Mars or, the Mind Set Free – A 21st-Century Utopia di Brian Aldiss in collaborazione con Roger Penrose (1999).

[7] B. Baczko, op.cit., p. 46. Esistono però anche approcci di altro tipo, come riscontra Peter Fitting mettendo a confronto due utopie, entrambe problematiche, quella di The Dispossessed di Ursula Le Guin e quella di Joanna Russ in The Female Man (1975): «in this regard Russ seems more realistic than Le Guin: the latter’s Odonians have an available moon on which to construct their utopian society; Russ’s Whileaway is finally revealed as having arisen not through reform nor through chance (the Whileawayans’ belief that a plague had killed all the men) but through violence in a literal war between the sexes». P. Fitting, “The Modern Anglo-American SF Novel: Utopian Longing and Capitalist Cooptation” in Science-Fiction Studies, Vol. 6, 1979, p. 71.

Trad.: su questo punto la Russ sembra più realistica della Le Guin: gli Odoniani di quest’ultima hanno a disposizione una luna sulla quale costruire la loro società utopica; la Whileaway della Russ, si scopre alla fine, non è il prodotto né di riforme né della casualità (la convinzione delle abitanti di Whileaway che un’epidemia abbia ucciso tutti gli uomini) ma della violenza in una vera e propria guerra tra i sessi.

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