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b) Il campo di concentramento tra labirinto e lager

Posted by Selene Verri su agosto 18, 2007

Politiche paralleleQualcosa, anzi molto, cambia radicalmente dopo la seconda guerra mondiale. Il mondo, e soprattutto l’Europa, ha vissuto quanto di più simile all’Apocalisse sia accaduto nella storia. Non solo, ma è nata un’invenzione che fa temere all’Occidente che l’incubo non sia ancora finito: la bomba atomica. Infine, l’inizio della guerra fredda e la spartizione del mondo tra le due superpotenze americana e sovietica fanno immaginare un futuro fosco, e lasciano intravedere il fantasma angosciante di una terza guerra mondiale. E la celebre frase attribuita ad Einstein «Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma posso dirvi cosa useranno nella quarta: pietre!»[1] non promette nulla di buono.Il clima che si respira nella Gran Bretagna del dopoguerra si ritrova tutto nella più famosa delle anti-utopie del ventesimo secolo : 1984 di George Orwell. Con questo romanzo Orwell ha inaugurato un vero e proprio modello per i distopisti dei decenni a venire, introducendo elementi che già esistevano in una tradizione più o meno consolidata, ma che con Orwell diventano di fatto formulaici, imprescindibili.

Uno di questi elementi è il senso claustrofobico, da campo di sterminio, come lucidamente mise in luce (ma solo due anni dopo la pubblicazione di 1984) la Arendt:

I Lager servono, oltre che a sterminare e a degradare gli individui, a compiere l’orrendo esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’essere umano in un oggetto, in qualcosa che neppure gli animali sono […]. Come la stabilità del regime totalitario dipende dall’isolamento del suo mondo fittizio dall’esterno, così l’esperimento di dominio totale nei campi richiede che questi siano ermeticamente chiusi agli sguardi del mondo di tutti gli altri, del mondo dei vivi in genere. Tale isolamento spiega la peculiare irrealtà e incredibilità che caratterizza tutti i resoconti su di essi e costituisce una delle principali difficoltà che si frappongono all’esatta comprensione del dominio totalitario, le cui sorti sono legate all’esistenza dei campi di concentramento e di sterminio, vera istituzione centrale del potere totalitario.[2]

Già nella Burdekin, che pure scriveva prima della nascita dei campi di sterminio, questa sensazione claustrofobica, opprimente, di morte incombente, è del tutto esplicita: non solo il mondo in cui agiscono i protagonisti è un mondo “chiuso”, dal quale non si può sfuggire, come quello di 1984, ma esistono dei veri e propri campi nei quali le donne vengono rinchiuse e relegate a vita.

In Orwell la sensazione viene a includere tutto il globo, per raggiungere la sua apoteosi nella prigione nella quale viene rinchiuso il protagonista, Winston Smith, nella terza parte della storia, con le torture e il “programma di rieducazione”, e infine con l’insostenibile Stanza 101.

Da qui in avanti, l’immagine del lager – o del gulag[3] – sarà il cronotopo[4] base delle opere nelle quali sono immaginati stati totalitari.

E questo è vero anche per le opere di autori nordamericani, sebbene Stati Uniti e Canada non abbiano vissuto né gli orrori del nazismo né quelli delle purghe staliniane: quasi come se l’immaginarli placasse una sorta di senso di colpa per esserne stati immuni; oppure, al contrario, soddisfacesse la curiosità morbosa di chi, non avendo avuto esperienza dell’orrore, desidera conoscere questo stesso orrore più ancora che sfuggirlo.

È vero però anche che in America negli anni ’50 era ancora possibile pubblicare libri, come la trilogia (poi espansasi nel corso degli anni in eptalogia, in un ciclo di sette volumi) della Fondazione di Asimov, trasudanti ottimismo e visioni cosmiche di libertà e armonia. Non solo, ma, nella stessa Foundation, un’istituzione di fatto autoritaria come può essere un impero, era vista ancora come una garanzia di stabilità, la quale a sua volta era considerata sinonimo di felicità e soddisfazione per i sudditi. Una visione tipica delle epoche precedenti i totalitarismi, e in particolare precedente il nazismo: se non fosse che negli Stati Uniti è rimasta anche una visione da guerra fredda, maccartista, come hanno dimostrato le dittature militari sorte in America Latina e un po’ ovunque nel cosiddetto Terzo Mondo con l’avallo e la benedizione dello Zio Sam, per timore della minaccia comunista.

Eppure, perfino in Asimov, un sentore di questo claustrofobismo si riesce ad avvertire. Trantor, il pianeta-città capitale dell’impero galattico, è un dedalo che si sviluppa sopra e sotto il suolo, ma comunque tutto al di sotto di un’unica, immensa cupola che avvolge l’intero pianeta con la sola eccezione del Palazzo Imperiale. Ma, soprattutto, lo stesso Asimov in The Caves of Steel (1954) immagina una Terra futura composta di città fatte solo di spazi chiusi, i cui abitanti non solo non escono mai all’aria aperta, ma provano un timore dell’esterno per noi inconcepibile.

E il fatto che qui la paura sia più agorafobia che claustrofobia non impedisce tuttavia di considerare questo libro quasi un’anticipazione – sebbene molto blanda – di quello che sarà poi in Ballard la Concentration City[5] (e il termine concentration, evidentemente, non è casuale, soprattutto considerato che Ballard ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza del campo di concentramento), una città tutta sotterranea, che si avvolge su se stessa, labirintica, che racchiude l’intero universo conosciuto e dalla quale è impossibile – o pazzia – anche solo immaginare di fuggire. Del resto, come suggerisce Gary K. Wolfe,

The city is authoritarian. The stable control of masses of population demands a governmental system in which the police play an increasingly important role (…).

The city is stable. The movement of many science-fiction narratives (…) depends on a series of transformations of the unknown into the known, but the stable, closed social system of a utopian city hardly provides a likely arena for such transformations. (…) 

The city is confined. At some level, the city is always a trap, a means of limiting the growth of society by the necessity of limiting its own growth. In many science-fiction narratives, it is literally surrounded by a physical barrier, like the walled cities of the Middle Ages (…). But with cities, as with spaceships, such confinement limits the natural flow of humanity outward, and is a violation of cosmological principles.[6]

La città dunque come campo di concentramento, luogo di prigionia, di tortura e di morte. Un’intuizione di molti autori: tra i più importanti, il primo dopo Orwell – e da Orwell enormemente influenzato[7] – è senz’altro Ray Bradbury. La storia narrata nel suo capolavoro, Fahrenheit 451 (uscito nel 1951 sulla rivista “Galaxy” e nel 1953 in volume), è nota. 451 gradi Fahrenheit è la temperatura alla quale brucia la carta, nella fattispecie la carta dei libri. E che in questo testo Bradbury volesse rappresentare una distopia[8] di tipo totalitario è evidente nelle sue stesse parole:

What caused my inspiration? (…) There was Hitler torching books in Germany in 1934, rumours of Stalin and his match-people and tinderboxes. [9]

Guy Montag è un vigile del fuoco di un ipotetico futuro nel quale essere vigile del fuoco (fireman) significa avere il compito non di estinguere gli incendi ma, al contrario, di provocarli con lo scopo di bruciare i libri. Montag, contrariamente al Winston Smith orwelliano, in principio è perfettamente assimilato al sistema, non ha mai avuto il minimo dubbio che possa esistere una realtà diversa, e meno che mai che una realtà diversa potrebbe essere migliore.

It was a pleasure to burn.

It was a special pleasure to see things eaten, to see things blackened and changed. With the brass nozzle in his fists, with the great python spitting its venomous kerosene upon the world, the blood pounded in his head, and his hands were the hands of some amazing conductor playing all the symphonies of blazing and burning to bring down the tatters and charcoals ruins of history. (…)

Montag grinned the fierce grin of all men singed and driven back by flame.

He knew that when he returned to the firehouse, he might wink at himself, a minstrel man, burnt-corked, in the mirror. Later, going to sleep, he would feel the fiery smile gripped by his face muscles, in the dark. It never went away, that smile, it never ever went away, as long as he remembered.[10]

Solo uno scrittore che fosse anche autore di testi horror poteva rendere con questa efficacia il satanismo vacuo di un’anima capace di comprendere solo la distruzione, il compiacimento impietoso di chi vede il nemico e gode nel distruggerlo. Sembra quasi di vedere il ghigno di volti illuminati dal fuoco dei forni crematori dei lager nazisti.

Come immaginare che proprio questo prodotto di una società deviata sarà poi il reietto di questa stessa società, che il suo ghigno si trasformerà in una smorfia di dolore, che tutto ciò a cui la sua vita è legata dovrà essere abbandonato, che la città, campo di sterminio dei libri, si rivolterà contro di lui – o meglio, egli si rivolterà contro la città – e si trasformerà per lui in un campo, una prigione dai quali fuggire?

Eppure la fuga è prefigurata fin dalle prime pagine:

At night when things got dull, which was every night, the men slid down the brass poles, and set the ticking combinations of the olfactory system of the Hound and let loose rats in the firehouse area-way, and sometimes chickens, and sometimes cats that would have to be drowned anyway, and there would be betting to see which the Hound would seize first. The animals were turned loose. Three seconds later the game was done, the rat, cat or chicken caught half across the area-way, gripped in gentling paws while a four-inch hollow steel needle plunged down from the proboscis of the Hound to inject massive jolts of morphine or procaine. The pawn was then tossed in the incinerator. A new game began.[11]

E già siamo passati da oggetti inanimati, i libri, agli animali. E qui appare l’inceneritore: come, per l’appunto, un forno crematorio. Dalla bestia all’uomo, poi, il passo è breve: per il gusto della caccia, ma anche per far fuori chi non si comporta secondo le convenzioni imposte, nel momento della fuga di Montag un gruppo di ragazzi cerca di investirlo con un’auto:

He looked down the boulevard. It was clear now. A carful of children, all ages, God knows, from twelve to sixteen, out whistling, yelling, hurraing, had seen a man, a very extraordinary sight, a man strolling, a rarity, and simply said, ‘Let’s get him,’ not knowing he was the fugitive Mr Montag, simply a number of children out for a long night of roaring five or six hundred miles in a few moonlit hours, their faces icy with wind, and coming home or not coming at dawn, alive or not alive, that made the adventure.

They would have killed me, thought Montag, swaying, the air still torn and stirring about him in dust, touching his bruised cheek. For no reason at all in the world they would have killed me.[12]

Il sistema totalitario ha svuotato il cervello di questi ragazzi. E, così come Montag godeva della distruzione dei  libri, essi godono della distruzione del loro prossimo. Tanto più se questo prossimo è una deviazione dalla norma, un “diverso”, come nei campi di sterminio potevano essere le razze inferiori, o gli oppositori politici.

Del resto, come i topi, i polli o i gatti inseguiti dal Segugio, anche Montag sembrerebbe spacciato, e quindi non resterebbe che da divertirsi nel guardare la caccia. E così accade: tutti i telespettatori seguono con il fiato sospeso l’inseguimento da parte delle autorità. Non solo: i topi, i polli e i gatti erano animali «che comunque bisognava affogare», ma la morte per acqua, la morte rigeneratrice, non è concepibile in quest’universo dove tutto viene arso. Seguendo la stessa simbologia, Montag riesce a fuggire proprio gettandosi in un fiume, sottraendosi ai lanciafiamme per mezzo della forza palingenetica dell’acqua.

Montag però non è l’unico a voler sfuggire al campo di concentramento, sebbene tutti gli altri appaiano felici: la sua stessa moglie, che tanto vanta la sua felicità, si rifugia nelle compresse di sonnifero, tanto da rischiare la morte, così come molti altri («We get these cases nine or ten a night[13]», dice uno degli operatori del pronto soccorso intervenuti per la lavanda gastrica che salva la donna), sempre ammesso che non si tratti di un più o meno cosciente tentativo di suicidio. E a suicidarsi è di sicuro un vigile del fuoco:

‘Montag, a funny thing. Heard tell this morning. Fireman in Seattle, purposely set a Mechanichal Hound to his own chemical complex and let it loose. What kind of suicide would you call that?’[14].

Perfino il capitano della caserma, Beatty, nel momento in cui avrebbe dovuto arrestarlo, lascia a Montag il lanciafiamme e lo provoca a tal punto da farsi uccidere. Solo più tardi, sorgerà nel protagonista l’agghiacciante consapevolezza: «Beatty wanted to die»[15].

Assai più esplicito nella ricostruzione di un sistema totalitario è Philip K. Dick in The Man in the High Castle, storia di una realtà alternativa nella quale la seconda guerra mondiale è stata vinta dalle forze dell’Asse, cui si è già accennato nell’introduzione.

Qui la realtà del campo di concentramento appare più vicina che mai alla realtà storica, e Dick mostra come l’utilizzo dei campi, a suo avviso, non sarebbe stata solo un’abitudine temporanea per quanto crudele, ma si sarebbe prolungato oltre la fine della guerra. Il campo di concentramento, proprio come teorizzato dalla Arendt (che Dick aveva letto[16]), è un pilastro fondamentale della mentalità totalitaria, non un espediente d’emergenza, come appaiono invece le purghe dei giapponesi, rievocate nelle prime pagine solo come un lontano ricordo postbellico:

In 1947, on Capitulation Day, he had more or less gone berserk. Hating the Japs as he did, he had vowed revenge; he had buried his Service weapons ten feet underground, in a basement, well-wrapped and oiled, for the day he and his buddies arose. However, time was a great healer, a fact he had not taken into account. When he thought of the idea now, the great blood bath, the purging of pinocs and their masters, he felt as if he were reviewing one of those stained yearbooks from his high school days, coming upon an account of his boyhood aspirations.[17]

Il personaggio che rievoca quel lontano passato di quindici anni prima è Frank Frink, ebreo (il vero cognome è Fink) nativo di New York riuscito a sfuggire ai nazisti grazie a un colpo di fortuna: nel momento in cui i giapponesi si erano impadroniti delle Hawaii, lui era stato inviato dall’esercito sulla costa occidentale, quella che, a guerra terminata e dopo la spartizione del mondo, si era trovata sotto il controllo dei giapponesi anziché dei tedeschi.

Lo stesso Frink poche righe dopo deride fra sé e sé i tedeschi che hanno intrapreso la colonizzazione di Marte, canticchiando queste parole:

Gott, Herr Kreisleiter. Ist dies vielleicht der Ort wo man das Konzentrationslager bilden kann? Das Wetter ist so schön. Heiss, aber doch schön…[18]

Ma ha poco da scherzare, Frink: non sa infatti che, non molto tempo dopo, sarà scoperto e arrestato dai nazisti per essere deportato proprio in un campo di sterminio. Sarà solo grazie al rifiuto di un altro dei protagonisti, Nobusuke Tagomi, di autorizzare la sua estradizione nel Reich, che Frink sarà rilasciato e si salverà.

Per uno come lui, varcare il limite segnato dalle Montagne Rocciose, corrisponderebbe a morte sicura: sarebbero sufficienti i suoi tratti somatici a tradirlo.

Black-listed or not, it’d be death for me if I left Japanese-controlled land and showed up in the South or in Europe – anywhere in the Reich.[19]

La parte di mondo controllata dai tedeschi è diventata essa stessa un immenso lager: tanto che, dopo la sostanziale eliminazione di ebrei, zingari e studenti della Bibbia, e la cacciata degli slavi dall’Europa verso l’Asia[20], il passo successivo è stato lo sterminio delle popolazioni africane:

Christ on the crapper, he thought. Africa. For the ghosts of dead tribes. Wiped out to make a land of – what? Who knew? Maybe even the master architects in Berlin did not know. Bunch of automatons, building and toiling away. Building? Grinding down. Ogres out of a palaeontology exhibit, at their task of making a cup from an enemy’s skull, the whole family industriously scooping out the contents – the raw brains – first, to eat. Then useful utensils of men’s leg bones. Thrifty, to think not only of eating the people you did not like, but eating them out of their own skull. The first technicians! Prehistoric man in a sterile white lab coat in some Berlin university lab, experimenting with uses to which other people’s skull, skin, ears, fat could be put. Ja, Herr Doktor. A new use for the big toe; see, one can adapt the joint for a quick-acting cigarette lighter mechanism. Now, if only Herr Krupp can produce it in quantity…[21]

In questa sovrapposizione quasi allucinatoria e sarcastica di uomo primitivo e scienziato nazista c’è l’apoteosi della reificazione della persona da parte del potere totalitario, l’assurda pulsione distruttiva e perfino una tensione verso un’efficienza spinta fino al patologico, al cannibalistico.

In realtà, come si vede, tutto questo mondo (non solo, quindi, la parte sotto la dominazione tedesca) è un unico, immenso campo di concentramento, dove può capitare a chiunque, prima o poi, di essere chiamato a fare la doccia sbagliata. Il caso di Frink è emblematico: è solo grazie a un caso, all’umanità della persona cui spetta decidere della sua vita, e alle vicende che l’hanno spinto a decidere contro l’autorizzazione a estradarlo, se Frink si salva.

Ma non c’è dunque nessuna via d’uscita da questo mondo? Quello che sembra volerci dire Dick è proprio che la via d’uscita c’è, e si trova sotto i nostri occhi. Juliana Frink, ex moglie di Frank, scopre la verità nascosta dietro il libro The Grasshopper Lies Heavy, l’opera di un autore di nome Hawthorne Abendsen, alter ego di Dick nel gioco di specchi di The Man in the High Castle:

‘In your book,’ Juliana said, ‘you showed that there’s a way out. Isn’t that what you meant?’

‘”Out,”‘ he echoed ironically.

Juliana said, ‘You’ve done a lot for me; now I can see there’s nothing to be afraid of, nothing to want or hate or avoid, here, or run from. Or pursue’[22]

E perché “qui” non c’è niente da sfuggire o da desiderare? Perché “qui” non esiste, quest’universo non è quello “reale”, come svela l’oracolo, l’altro libro-guida dei personaggi principali di The Man in the High Castle, l’I Ching:

When she had thrown the coins six times, he gazed down and said:

‘Sun at the top. Tui at the bottom. Empty in the centre.’

‘Do you know what hexagram that is?’ she said. ‘Without using the chart?’

‘Yes,’ Hawthorne said.

‘It’s Chung Fu,’ Juliana said. ‘Inner Truth. I know without using the chart, too. And I know what it means.’

Raising his head, Hawthorne scrutinized her. He had now an almost savage expression. ‘It means, does it, that my book is true?’

‘Yes,’ he said.

With anger he said, ‘Germany and Japan lost the war?’

‘Yes’.[23]

A questo punto, la mise en abîme diventa vertiginosamente inestricabile, impedendo un’interpretazione chiara e unanime della conclusione. Di certo c’è che “esistono” (ma sarà il verbo giusto?) due universi paralleli, uno – il nostro – nel quale l’Asse ha perso la guerra, l’altro – quello del libro di Dick – nel quale Germania e Giappone hanno vinto. Ma, all’interno di quest’universo, esiste un libro, omologo a quello di Dick, che racconta del nostro universo dicendoci che questo è l’universo reale. Per analogia, leggendo il libro di Dick, dovremmo concludere che è il nostro universo a non essere reale? Oppure accontentarci di constatare che i protagonisti del libro di Dick hanno assunto la consapevolezza di trovarsi in un universo che “non esiste” (e ancora una volta, sorge il dubbio che questa sia l’espressione corretta)?

Come sono aperte le interpretazioni, così Dick sembra anche volerci dire che sono aperti i nostri due rispettivi universi, che comunicano – o possono comunicare – tra di loro. E i modi sono due: uno, mediato, proprio attraverso i due libri (quello “reale” e quello immaginato); l’altro, quello che scopre, incidentalmente, il signor Tagomi, nel momento in cui, attraverso il tentativo di comunicare con un semplice oggetto d’artigianato, entra in contatto con la “Verità”, con quanto c’è di più alto nell’universo, con il Tao stesso, e, per un attimo, penetra nel nostro universo, scoprendo quindi una variante, un’apertura del suo universo claustrofobico, del metaforico campo di concentramento. Ma l’ingresso non è certo dei più sereni:

He reached periphery of park. Sidewalk, Kearny Street. Heavy noisy traffic. Mr Tagomi halted at the kerb.

No pedecabs. He walked along the sidewalk instead; he joined the crowd. Never can get one when you need it.

God, what is that? He stopped, gaped at hideous misshapen thing on skyline. Like nightmare of roller coaster suspended, blotting out view. Enormous construction of metal and cement in air.

Mr Tagomi turned to a passer-by, a thin man in rumpled suit. ‘What is that?’ he demanded, pointing.

The man grinned. ‘Awful, ain’t it? That’s the Embarcadero Freeway. A lot of people think it stinks up the view.’

‘I never saw it before,’ Mr Tagomi said.

‘You’re lucky,’ the man said, and went on. (…)

‘Cab!’ he shouted as he hurried along.

Hopeless. Only cars and buses. Cars like brutal big crushers, all unfamiliar in shape. (…)

Where am I? Out of my world, my space and time.[24]

La realtà – la nostra realtà – è dunque migliore o peggiore della fantasia? Quale dei due universi è preferibile? Certo, sembra suggerire Dick, un universo senza nazisti. Però, in questo passo, l’impressione è che gli americani non siano poi tanto migliori, che anche la nostra realtà sia, se osservata da un certo punto di vista, una realtà da incubo. Sì, c’è una via d’uscita dal lager, sembra dire Dick, ma non dalla realtà, e soprattutto non dall’incubo. Si può solo uscire da una realtà per entrare in un’altra realtà, da un incubo passare a un altro incubo.

Non sembra invece esserci via d’uscita dalla loro realtà per i personaggi di Camp Concentration di Thomas M. Disch, cavie volontarie di un esperimento che ricorda molto da vicino quelli degli scienziati nazisti. Ancora una volta, dunque, il punto di riferimento, l’incubo dell’autore è il nazismo. Ma in questo libro non ci troviamo più in un mondo immaginario dominato dai nazisti, ma nel mondo che ben conosciamo, il mondo che americani e sovietici si sono spartiti a Yalta. In questo mondo, in un punto imprecisato degli anni ’70 (il libro è del 1968), la guerra del Vietnam non è ancora finita, e chi diserta il reclutamento è condannato al carcere. Come avviene al protagonista: Louis Sacchetti, professione poeta, sceglie la reclusione. E, mentre sta scontando la sua pena di cinque anni, annota giorno per giorno in un diario la sua esperienza. Ma, a un certo momento, viene prelevato a forza dalla sua prigione e trasferito nel cosiddetto Campo Archimede, una struttura nella quale alcuni carcerati si sottopongono a un esperimento che permette loro di acquisire facoltà mentali straordinarie, ma a prezzo della vita. L’esperimento prevede infatti che alle cavie sia inoculata una sostanza, denominata Pallidina, derivante dal virus della sifilide. Questa sostanza permette a chi la assume di raggiungere le vette del genio, ma, fisicamente, lo debilita fino ad ucciderlo nel giro di nove mesi.

Giunto a Campo Archimede, a Sacchetti viene spiegato che la sua funzione là dentro sarà quella di continuare il suo diario, sorta di osservatore privilegiato dell’esperimento, e questo diario sarà tenuto sotto continuo controllo dalla dirigenza del carcere: finché Sacchetti non si renderà conto di essere egli stesso una cavia dell’esperimento, e narrerà nel suo diario, oltre ai suoi progressi giornalieri nel suo campo, quello artistico, il suo decadimento fisico. Sarà poi il genio stesso di alcuni dei reclusi di Campo Archimede a risolvere il problema della morte prematura, grazie a una forma di metempsicosi, che permetterà ai volontari dell’esperimento di “rubare” i corpi dei dipendenti del campo facendo sopravvivere così le loro menti superiori.

I reclusi di Campo Archimede sono dunque dei volontari, semplicemente vittime della tentazione di Faust. Solo questo basterebbe a tracciare un confine netto con i veri e propri lager. Eppure, l’analogia è sviluppata molto più di quanto non lo siano le differenze. Già a partire dal titolo. E, poi, nei discorsi dei reclusi:

‘(…) I’ve been dreaming about deathcamps lately. An understandable preoccupation, wouldn’t you say? Admittedly, it’s only an analogy to our little home in the west here. Except that I’m a prisoner and except that I’m marked for extermination, I can’t complain. And isn’t everybody, after all?’

‘A prisoner? I often get that feeling – yes.’

‘No, I meant marked for slaughter. The difference is I’ve had the bad luck to sneak a look at the execution orders, while most people walk off to the ovens thinking they’re going to take a shower (…). It isn’t just Germany’, he said. ‘And it isn’t just Camp Archimedes. It’s the whole universe. The whole goddamned universe is a fucking concentration camp.’[25]

E poi:

‘The wages of sin is death, but death is likewise the wages of virtue. So you’ll need a better bugaboo than that. Hell, perhaps? Why, this is hell, nor am I out of it! Dante has no frights for the inmates of Buchenwald. Why didn’t your sainted Pope Pius protest the Nazi’s ovens? Not through prudence or cowardice, but from an instinct of corporation loyalty. Pius sensed that the deathcamps were the nearest approximation that mortal man has yet made to the Almighty’s plan. God is Eichmann writ large. (…)

‘Consider that fundamental organizational principle of the camps – that there be no relation between the prisoners’ behavior and their rewards or punishments. In Auschwitz when you do something wrong you’re punished, but you’re just as likely to be punished when you do as you’re told, or even if you do nothing at all. It’s quite evident that Gaud has organized His camps on the same model. To quote just one line from Ecclesiastes (…) “There is a just man that perisheth in his righteousness, and there is a wicked man that prolongeth his life in his wickedness.” And wisdom is of no more use than justice, for the wise man dieth even as the fool.

‘We turn our eyes away from the charred bones of children outside the incinerators, but what of a Gaud who damns infants (…) to everlasting fires? And for, in each case, exactly the same fault – an accident of birth. Believe me, someday Himmler will be canonized. After all, Pius is already. (…)’[26]

Anche qui, come in Dick, appare chiara la volontà di dimostrare che il nazismo non è l’unico incubo che l’umanità abbia vissuto, e che una nazione apparentemente liberale come gli Stati Uniti, a un esame più approfondito, mostra di essere sempre sull’orlo della trasformazione in nazione totalitaria. Il fatto stesso che Sacchetti debba scontare una pena in carcere per aver fatto obiezione di coscienza ne è la dimostrazione più lampante: il cittadino deve innanzi tutto sacrificarsi – e sacrificare anche la sua morale – alla patria, e quindi, di fatto, al potere statale.

Del resto, gli anni sono quelli delle contestazioni. Camp Concentration, pubblicato nel 1969, risale a un’epoca in cui ancora erano freschi i ricordi di una forma di autoritarismo ben più vicino (sia nel tempo sia nello spazio) di quello nazista o comunista: il maccartismo. E non è certo un caso che il cognome del protagonista sia la contrazione di Sacco e Vanzetti, vittime di una precedente ma altrettanto feroce caccia alle streghe. Gli anni ’60 sono quelli che vedono l’emergere degli autori normalmente considerati facenti parte della cosiddetta New Wave:

It is a feature of SF of the post-1960 period that it has attempted a more direct political intervention than hitherto, and that it has taken its various stands on a political base which is diverse and frequently adversary. (…) Dark allegations are made against the ‘decadence’ and ‘nihilism’ of modern SF by those who cleave to traditional values. There are those who assert that SF, sui generis, is optimistic and simple in its ideology: that it embodies the idealism of the free human mind making its destiny manifest through the created universe (an idealism which, coincidentally, happens to be exactly consonant with the American Dream).

There is, however, no longer any consensus. Nor is it just a domestic SF matter. In SF of the 1960s, particularly, one can see the stress lines which shattered the solidarity of the Cold War period. A central event, and one which reverberates in much writing of the decade, is the assassination of President Kennedy. The assassin was not, as innumerable SF novels had predicted, an ‘alien’, but an American. (…)

Another traumatic experience was the Vietnamese involvement which created in SF, as in other areas of American life, a division largely along generation lines.[27]

La condanna dell’intervento americano in Vietnam è qui esplicita, e l’associazione campo di concentramento / guerra del Vietnam ha una funzione precisa:

The allusion to obscene Nazi experiments is clear enough, but in this case the main experimental subject is a thirty-five-year-old draft resister to what we understand to be the Vietnam War (…).Camp Concentration thus makes the same equation as the omnipresent slogan of the 1960s, US=SS.[28]

Chi invece nel dipingere un sistema totalitario si ispira più ai gulag staliniani che non ai lager nazisti è Margaret Atwood, scrittrice canadese normalmente mainstream ma che, per il suo The Handmaid’s Tale, ha vinto, tra gli altri premi letterari, anche l’Arthur C. Clarke, un riconoscimento che viene consegnato ogni anno al miglior romanzo di fantascienza pubblicato in Gran Bretagna l’anno precedente. Il libro è del 1985, concepito quindi in piena epoca reaganiana, l’epoca «della ripresa di una politica estera aggressiva, contrassegnata da una crociata planetaria contro il comunismo e il fondamentalismo islamico per far dimenticare gli smacchi di Carter in Afghanistan e Iran»[29]. E proprio all’Iran, in quegli anni impegnato nella guerra contro l’Iraq, dopo la rivoluzione sciita dell’Ayatollah Ruollah Khomeini, pare essersi ispirata la Atwood nell’immaginare la sua Repubblica di Gilead.

La storia è ambientata negli Stati Uniti, più precisamente nel New England, verso la fine del ventesimo secolo o i primi anni del ventunesimo. Virus, inquinamento, incidenti nucleari e sostanze chimiche di vario tipo, uniti alle conseguenze del femminismo, hanno condotto al crollo delle nascite, alla sterilità di molti uomini e donne e alla procreazione di bambini deformi. In questo quadro, le donne fertili sono considerate una ricchezza inestimabile. La Repubblica di Gilead nasce dal colpo di stato di una setta fondamentalista d’ispirazione cristiana, che toglie ogni libertà alle donne con il pretesto di volerne proteggere la dignità. Le donne sono così divise in categorie, e a ciascuna viene assegnato un ruolo preciso. Sul gradino più alto della scala gerarchica si collocano le Wives, mogli dei Commanders. Le famiglie di questi ultimi che non riescono ad avere figli hanno a disposizione un’ancella, una Handmaid, che, una volta al mese, giacendo tra le gambe della sua padrona, deve ricevere il seme del suo Commander: di fatto, uno stupro legalizzato. Nel caso in cui la Handmaid riesca a dare alla luce un bambino sano, questo le sarà poi tolto e consegnato alla sua Wife.

Le Handmaids sono donne che, secondo le regole di Gilead, hanno peccato (per esempio, la protagonista, Offred, prima della rivoluzione era sposata a un uomo divorziato) ma, essendo fertili, sono passate attraverso un Centro di rieducazione, e sono state “riciclate” come “uteri a due zampe” al servizio delle famiglie dei Commander. Non sono però i Centri, i campi di concentramento di questo mondo: questi appaiono più come dei collegi di altri tempi, dall’educazione estremamente rigida e senza svaghi. I veri campi sono invece le cosiddette Colonie, dove vengono mandate le donne “irrecuperabili”, le lesbiche che non accettano di “lavorare” nei bordelli, le femministe, o tutte quelle “peccatrici” che non hanno nemmeno il dono della fertilità. Sono veri e propri campi di lavoro: in alcuni, i meno temibili, si svolgono lavori “puliti” come ad esempio la raccolta del cotone, o dei pomodori. In altri, le donne – ma anche, per un quarto, uomini – devono “ripulire” i campi di battaglia dai cadaveri. I più temuti sono quelli nei quali si lavora a contatto con sostanze tossiche o radioattive:

I think of my mother, sweeping up deadly toxins: the way they used to use up old women, in Russia, sweeping dirt. Only this dirt will kill her.[30]

Ancora una volta, un esempio che l’America non è immune dai suoi fantasmi: in un periodo di lotta al comunismo e al fondamentalismo, l’autrice immagina che proprio gli Stati Uniti rimangano vittima di ciò che più temono, e lo fa in modo convincente, non inventandosi invasioni aliene o semplicemente straniere, ma saccheggiando a piene mani da quella stessa cultura americana che si vorrebbe agli antipodi di queste realtà, in primis la cultura puritana.


[1] Da Liberal Judaism, aprile-maggio 1949, p. 12, cit. in Alice Calaprice (a cura di), Albert Einstein: Pensieri di un uomo curioso. Milano, Mondadori, 1999.[2] Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo. Milano, Edizioni di Comunità, 1997, p. 600. Titolo originale: The Origins of Totalitarianism, 1966. Traduzione di Amerigo Guadagni.[3] «A dire il vero, la Arendt distingue tra nazismo, come azione programmata dell’annichilazione dell’umano, e gulag staliniano, inizialmente non programmato e non “inevitabile”, essendo nato dalla sconfitta politica della NEP e di Bucharin». AA. VV., Il pensiero del XX Secolo in Cd-Rom, op. cit.

[4] «Chiameremo cronotopo (il che significa letteralmente “tempospazio”) l’interconnessione sostanziale dei rapporti temporali e spaziali dei quali la letteratura si è impadronita artisticamente (…). Nel cronotopo letterario ha luogo la fusione dei connotati spaziali e temporali in un tutto dotato di senso e di concretezza». Michail M. Bakhtin, “Le forme del tempo e del cronotopo nel romanzo” in Estetica e romanzo a c. di Clara Strada Janovic. Torino, Einaudi, 1979, p. 231. Per una trattazione completa del cronotopo nel romanzo, ved. pp. 231- 405.

[5] J. G. Ballard, “The Concentration City”, in The Disaster Area, 1967. London, Flamingo, 1992, pp. 31-54.

[6] Gary K. Wolfe, The Known and the Unknown: the Iconography of Science Fiction. Kent, The Kent State University Press,  1979, pp. 89-90.

Trad.: La città è autoritaria. Il controllo stabile delle masse richiede un sistema di governo nel quale la polizia ricopra un ruolo sempre più importante.

La città è stabile. L’andamento di molte narrazioni fantascientifiche dipende da una serie di trasformazioni dall’ignoto in ciò che è noto, ma il sistema sociale stabile, chiuso di una città utopica non è certo l’ambientazione ideale per tali trasformazioni.

La città è limitata. A un certo livello, la città è sempre una trappola, un mezzo per limitare la crescita della società attraverso la necessità di limitare la sua stessa crescita. In molte narrazioni fantascientifiche, essa è letteralmente circondata da una barriera fisica, come le città fortificate del Medioevo. Ma nelle città, così come nelle astronavi, tale barriera limita il flusso naturale dell’umanità verso l’esterno, ed è una violazione dei principi cosmologici.

[7] «Bradbury mostra qui di avere anche approfittato dell’insegnamento di Orwell in 1984: il futuro che egli rappresenta è vigorosamente collegato con il presente, e la città americana, situata presso Los Angeles, che Bradbury pone al centro del romanzo, è concretamente caratterizzata come la Londra di Orwell». Carlo Pagetti, Il senso del futuro: la fantascienza nella letteratura americana. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1970, p. 208.

[8] In realtà, quella di Bradbury sarebbe forse più correttamente definibile anti-utopia, piuttosto che distopia. La distopia è un non-luogo nel quale si sono avverati tutti gli incubi della società; l’anti-utopia, invece, «offre la descrizione di uno “spazio utopistico” ove le nefaste conseguenze della realizzazione degli ideali utopistici compromettono l’utopia stessa. Ciò premesso, l’antiutopia non è necessariamente l’apologia dell’ordine costituito. Anzi, spesso è il suo contrario. Accade che essa presenti una critica del presente più radicale e amara di qualsiasi utopia. In tal caso, essa compromette il presente con e attraverso le utopie che esso produce» (B. Baczko, op. cit., p. 43 n. 18). Il mondo di Fahrenheit 451 è, a vederlo superficialmente, un modo da sogno: tutti sono felici, il benessere è stato raggiunto attraverso l’eliminazione delle preoccupazioni e l’uso della tecnologia. L’autore parte da questa realtà apparentemente ideale per scardinarne gli ideali stessi. Da questo punto di vista, Bradbury è più erede di Swift e di Huxley che non di Orwell. Il lato orwelliano è invece nell’atmosfera del racconto, nella narrazione tragica piuttosto che satirica.

[9] Ray Bradbury, “Burning Bright: A Preface by Ray Bradbury, February, 1993” in Fahrenheit 451. London, Flamingo, 1993, p. viii.

Trad.: Che cosa mi ispirò? C’era Hitler che bruciava i libri in Germania nel 1934, voci di Stalin e dei suoi uomini-fiammifero e delle sue polveriere.

[10] R. Bradbury, Fahrenheit 451, op. cit., p. 11.

Trad. Fahrenheit 451 di Giorgio Monicelli. Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1998, pp. 3-4.

[11] Ibid., p. 32. Trad. p. 29.

[12] Ibid., p. 136. Trad. p. 151.

[13] Ibid., p. 23. Trad. p. 18.

[14] Ibid., p. 39. Trad. p. 37.

[15] Ibid., p. 130. Trad. p. 144.

[16] Ved. P. K. Dick, “Il nazismo e La svastica sul sole” in appendice a P. K. Dick, La svastica sul sole, op. cit., pp. 361-369.

[17] P. K. Dick, The Man in the High Castle, op. cit., p. 15. Trad. pp. 38-39.

[18] Ibid., p. 16. Trad. dal tedesco p. 40, nota: Dio, signor capo missione, non è questo il luogo ideale in cui si può creare un campo di concentramento? Il tempo è proprio bello. Molto caldo, ma bello.

[19] Ibid., p. 18. Trad. p. 42.

[20] Ibid., p.29.

[21] Ibid., p. 17. Trad. pp. 41-42.

[22] Ibid., p. 244. Trad. pp. 326-327.

[23] Ibid., pp. 246-247. Trad. p. 330.

[24] Ibid., pp. 222-224. Trad. pp. 300-301.

[25] T. M. Disch, Camp Concentration, New York: Doubleday & Company: 1969, pp. 69-70.

Trad.: “Ultimamente mi è capitato di fantasticare sui campi di concentramento. Preoccupazione comprensibile, non trovi? A dire il vero, è solo un analogia con la nostra casetta qui, a ovest. A parte il fatto che sono prigioniero e che sono condannato allo sterminio, non posso lamentarmi. E in fin dei conti, non lo siamo tutti?”

“Prigionieri? Ho spesso questa sensazione… sì”.

“No, intendevo condannati allo sterminio. La differenza sta nel fatto che io ho avuto la mala sorte di sbirciare l’ordine d’esecuzione, mentre la maggior parte delle persone si dirigono verso i forni pensando di andare a fare una doccia. Non è solo la Germania”, disse. “E non è solo Campo Archimede. È tutto l’universo. Tutto lo stradannatissimo universo è un fottuto campo di concentramento”.

[26] Ibid., pp. 77-78. Trad.: “Il prezzo del peccato è la morte, ma la morte è anche il prezzo della virtù. Perciò c’è bisogno di uno spauracchio migliore di quello. L’inferno, forse? Be’, questo è l’inferno, e ci sono dentro fino al collo! Dante non spaventa i reclusi di Buchenwald. Perché il tuo santificato Papa Pio non ha protestato contro i forni nazisti? Non per prudenza o per vigliaccheria, ma per un istinto di lealtà corporativa. Pio percepiva che i campi di sterminio erano la massima approssimazione realizzata dall’uomo ai piani dell’Onnipotente. Dio è Eichmann all’ennesima potenza.

“Considera quel fondamentale principio organizzativo dei campi: che non ci sia relazione tra il comportamento dei prigionieri e i loro premi o le loro punizioni. In Auschwitz, quando fai qualcosa di sbagliato, vieni punito, ma è altrettanto probabile che tu sia punito quando fai qualcosa così come ti è stato detto di farla, o perfino se non fai proprio nulla. È evidente che Dio ha organizzato i Suoi campi sullo stesso modello. Per citare giusto una riga dall’Ecclesiaste, ‘c’è un uomo giusto che perisce nella rettitudine, e c’è un uomo malvagio che prolunga la propria vita nella malvagità’. E la saggezza non è più utile della giustizia, poiché il saggio muore tanto quanto lo stolto.

“Distogliamo gli occhi dalle ossa bruciacchiate dei bambini fuori dagli inceneritori, ma che cosa diciamo di un Dio che condanna gli infanti al fuoco eterno? E, in entrambi i casi, esattamente per la stessa colpa: un incidente di nascita. Credimi, un giorno Himmler sarà canonizzato. Dopo tutto, Pio lo è già”.

[27] J. A. Sutherland, “American science fiction since 1960” in Patrick Parrinder (ed. by), Science Fiction – A Critical Guide. London & New York, Longman, 1979, pp. 180-181.

Trad.: Caratteristica della fantascienza del periodo post-1960 è il fatto che essa abbia tentato un intervento politico più diretto che in precedenza, e che abbia preso posizione in vari modi su presupposti politici eterogenei e spesso contrastanti. Cupe accuse vengono lanciate contro la “decadenza” e il “nichilismo” della fantascienza moderna da coloro che si aggrappano ai valori tradizionali. Taluni asseriscono che la fantascienza è per definizione portatrice di un’ideologia ottimistica e semplice; che esprime l’idealismo della mente umana libera, rendendo manifesto il suo destino attraverso il creato (un idealismo che, incidentalmente, si trova a essere perfettamente in consonanza con il Sogno Americano).

Tuttavia, non c’è più accordo totale su questo punto. Né è solo un problema interno della fantascienza. Nella fantascienza degli anni Sessanta, in particolare, è possibile vedere le linee di tensione che hanno frantumato la solidarietà del periodo della guerra fredda. Un evento fondamentale, che riecheggia in molte opere del decennio, è l’omicidio del presidente Kennedy. L’assassino non era, come predetto in innumerevoli romanzi di SF, un alieno, ma un americano.

Altra esperienza traumatica fu l’intervento in Vietnam che creò nella fantascienza, così come in altre aree della vita americana, una divisione principalmente lungo linee generazionali.

[28] Ibid., p. 183. Trad.: L’allusione ai ripugnanti esperimenti nazisti è piuttosto chiara, ma in questo caso il principale soggetto dell’esperimento è un obiettore di coscienza a quello che capiamo essere la guerra in Vietnam (…). Camp Concentration propone così la medesima equazione dell’onnipresente slogan degli anni Sessanta, US=SS.

[29] AA. VV., Il pensiero del XX Secolo, op. cit.

[30] M. Atwood, The Handmaid’s Tale. New York, Ballantine Books, p. 329.

Trad. Il racconto dell’ancella di Camillo Pennati. Milano, Mondadori, 1988, p. 260.

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