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1. Totalitarismi – a) Autoritarismo e totalitarismo: da Platone al Novecento

Posted by Selene Verri su agosto 11, 2007

 Politiche paralleleNormalmente, l’idea di stato autoritario viene associata con il genere letterario della distopia, o dell’anti-utopia. In realtà, proprio perché la distopia non è nient’altro che l’immaginazione di un’utopia della quale vengono messi in risalto gli aspetti negativi, appare chiaro che proprio l’utopia sia stato il primo genere letterario a immaginare autoritarismi che, nel Novecento, si sono realizzati con conseguenze orribili. Naturalmente, l’utopia, essendo proiettata in un immaginario “non-luogo” e “non-tempo”, non si rende conto immediatamente di questo suo “difetto”. L’ideale dell’utopista è un mondo ordinato, perfetto, dove ciascuno viva in armonia con gli altri. Per realizzare questo sogno, secondo l’utopista, è però necessario rinunciare a una certa quota di libertà.

Si usa dire che il fondatore del genere utopico sia Tommaso Moro, nel XVI secolo. E lo si dice perché dalla sua opera nasce il termine stesso “utopia”. Si sostiene che a Moro si siano ispirati altri due autori considerati fondatori del genere: Francesco Bacone e Tommaso Campanella, nel Seicento.

Tutti costoro, però, si autodefiniscono nient’altro che eredi dell’antichità, dei grandi autori che hanno inaugurato la riflessione politica sulla città ideale. Tra questi, primo fra tutti è Platone, il quale, con il dialogo socratico La Repubblica, è – o sarebbe – il vero fondatore del genere[1]. In effetti, Platone elabora il suo testo in un periodo non facile della storia della Grecia classica, un periodo che, ciclicamente, sembra destinato a ripetersi nel corso dei secoli. Scrive Mario Vegetti:

Platone cominciò a scrivere la Repubblica verso il 390 a.C., quando aveva circa quarant’anni. Durante la sua vita, aveva assistito al conflitto e al logoramento reciproco delle due grandi forme di governo che si erano fino ad allora contese il dominio della polis: la democrazia e l’oligarchia. La prima aveva condotto Atene alla guerra e alla sconfitta nella guerra del Peloponneso contro Sparta. La seconda (…) si era macchiata di crimini orrendi (…).

Ad entrambe le forme di regime, Platone rimproverava in primo luogo di non aver governato in nome della città, e in vista della costruzione di una vita migliore per la comunità intiera. (…)

E una situazione analoga si ripeté all’inizio del mondo moderno, con la frantumazione parallela delle grandi formazioni di potere che avevano dominato il Medioevo: l’Impero e la Chiesa. Ci si tornava ora a interrogare sulla miglior forma di stato, si cominciava a progettare il futuro dell’Europa, nel conflitto tra l’esperienza comunale, lo sviluppo delle signorie e gli stati nazionali. (…) Più tardi ancora, nel Settecento, di fronte alla crisi degli stati assolutistici che si erano lentamente formati sulle rovine del mondo medievale, cominciò anche, con le grandi rivoluzioni (…), il tempo dei tentativi di realizzazione delle utopie, cioè di forme politiche che garantissero agli uomini la vita migliore. E la discussione sulla Repubblica accompagnò ogni fase di questo secolare processo.[2]

Non c’è quindi da stupirsi se Platone rimane, nel corso delle diverse epoche storiche, un modello cui ispirarsi. Così come lo rimane – ma assai meno sul piano letterario – un altro allievo di Socrate, quell’Aristotele autore della Politica che, al contrario, criticava duramente il progetto collettivistico – e non solo – di Platone. Critiche i cui echi si sono protratti fino al giorno d’oggi:

Ogni uomo, diceva Aristotele, costruisce la propria identità sulla base di ciò che costituisce la sua sfera privata, di ciò – beni e affetti – di cui può appunto dire: “questo è mio”. L’interesse collettivo è solo secondario e mediato; nessuno dedica ai beni comuni, oppure ai figli comuni, nemmeno un millesimo delle energie e delle cure che è pronto a dedicare ai beni e ai congiunti propri.

A partire da Aristotele, e fino al nostro secolo, la tradizione del pensiero liberale ha su queste basi radicalmente respinto il progetto platonico. In una celebre opera del 1944, Sir Karl Popper ha considerato Platone (insieme con Hegel e Marx) uno dei principali nemici della società liberale, e perciò uno dei padri dei totalitarismi tipici del nostro secolo. [3]

Critiche che comunque non hanno permesso a questo testo di resistere a quel che si suol dire lo scorrere inesorabile del tempo: ed è lo stesso testo che, come si diceva, ha ispirato la già più volte citata Utopia di Tommaso Moro, opera il cui titolo dà il nome al genere, tanto che vengono definiti “utopici” anche testi di epoca precedente, come quelli cui si è accennato fin qui.

L’Utopia, in quanto opera figlia del suo tempo – Umanesimo e Rinascimento -, proprio come accadeva ad altre opere figlie del suo tempo, tende ad allacciarsi alla tradizione dell’antichità classica e a rompere invece con quella immediatamente precedente, come spiega Margherita Isnardi Parente:

[L’Utopia è] un modello teorico astratto di città perfetta e secondo ragione. L’idea del modello non era stata estranea al Medioevo, e la letteratura politica che va dall’antichità classica al Rinascimento conosce una tradizione ininterrotta di trattatistica esemplare. Ma due aspetti differenziano radicalmente questo tipo di trattatistica dall’Utopia. Da un lato, l’esemplarità che caratterizza questa tradizione riguarda la figura del principe piuttosto che la struttura dello Stato: il tipo di trattato che ha maggior fortuna nella tradizione tardo-antica e medievale è quello dello “speculum principis”, con il quale si presenta al reggitore politico un modello ideale alla cui stregua commisurarsi. Da un altro lato, la forma di questa trattatistica esemplare è parenetica; l’esempio è presentato in forma esortatoria, l’optimum da conseguire, o al quale almeno cercar di adeguarsi, è proposto in forma normativa. L’Utopia rappresenta una rottura con la tradizione sotto entrambi gli aspetti: al modello del principe sostituisce il paradigma allo stato puro, il quadro teorico che rappresenta il rovesciamento totale della realtà cui intende contrapporsi.[4]

E rispetto all’influenza platonica su Moro:

Il ruolo del platonismo nel pensiero di Moro è stato recentemente limitato con l’osservazione che una profonda, sostanziale differenza intercorre fra lo Stato perfetto di Platone, aristocratico, verticistico, militarista, e lo Stato largamente egualitario, democratico e pacifista del Moro. (…)

[Ma] Differenziando troppo radicalmente l’Utopia del Moro dalla Repubblica (…), noi rischiamo di compiere un notevole errore di prospettiva storica (…).

L’interpretazione verticistica e aristocratica che noi diamo oggi della Repubblica è certamente più rigorosa di quella tradizionale (…), ma è interpretazione emersa di recente: la Repubblica di Platone è stata in realtà intesa da secoli di tradizione culturale come un tipo di utopia sociale interessante largamente tutta la città. (…) Sarebbe quindi fuori luogo voler affermare che Moro ha preso coscientemente dall’aristocratismo di Platone le sue distanze, quando la consapevolezza di tale aristocratismo è un fatto tanto più recente nella storia della critica platonica.[5]

Le differenze fra Moro e Platone ci sono, e sono evidenti, per la semplice ragione che Platone ha una visione pessimistica della natura umana, e quindi ritiene che essa vada educata e guidata (da qui la necessità di uno stato forte), laddove l’umanista Moro vede come condizione sufficiente l’isolamento dal mondo corrotto per lasciare sviluppare liberamente la razionalità umana, così che non sia necessaria la presenza di uno stato coercitivo. Più vicino al pensiero di Platone è Tommaso Campanella nella Città del Sole (1623)[6]. Rimane però che, in tutti questi casi, si prevede una situazione di totale immobilismo: raggiunta la perfezione, non c’è, evidentemente, altro sviluppo possibile. Un immobilismo tipico proprio degli stati autoritari.

Quest’ultima rimane una delle caratteristiche fondamentali dell’utopia, quella che verrà sviluppata in seguito nei romanzi antiutopici: non è possibile uscire dalla condizione in cui ci si trova perché lo Stato ha raggiunto la “perfezione” assoluta: intendendo la perfezione in riferimento al tutto (lo Stato stesso), e non rispetto alle parti (i cittadini). Nella prima metà del Novecento, tale caratteristica si riscontra ad esempio in Swastika Night di Katharine Burdekin, e poi, dopo la seconda guerra mondiale, nel 1984 di Orwell.

Ma può anche trattarsi di perfezione – e felicità – solo per alcuni cittadini, o meglio, per la maggior parte, mentre per le “eccezioni”, per le “devianze”, questa felicità rimane preclusa. Un esempio per tutti, Brave New World di Aldous Huxley, che immagina un “mondo nuovo” nel quale tutti sembrano vivere una vita eternamente felice e paradisiaca, ma solo perché è loro imposto di vivere una vita eternamente felice e paradisiaca. Chi decide di uscire da questa logica edonistica e inizia a porsi dei problemi, si emargina automaticamente dalla società, tanto da finire con l’essere esiliato su un’isola – e qui scatta l’ironia, o il sarcasmo -, novella Utopia al contrario.

Nel Novecento, l’autoritarismo si trasforma, assumendo – sebbene solo in alcuni casi eccezionali, ma determinanti nella storia – peculiarità che gli guadagnano un nome tipico di quel secolo. Questo nome è “totalitarismo”:

Con questo termine si definiscono quelle organizzazioni dello Stato all’interno delle quali esso si arroga il diritto di controllare tutti gli aspetti della vita (economia, cultura, organizzazione sociale ecc.), senza lasciare all’individuo alcuno spazio di autonomia e di libertà. La differenza con l’antico assolutismo sta nella volontà di permeare dei propri principi tutti gli aspetti della vita umana, comprese le relazioni private dell’uomo.[7]

Ed è proprio questo aspetto, evidentemente, che spaventa di più: Zamjatin descrive uno stato in cui ciascuno non ha più una sua identità, tanto da non aver diritto nemmeno a un nome, ma solo a una sigla d’identificazione (il protagonista si chiama D-503); Huxley immagina una realtà nella quale anche ciò che è più intimo – la sessualità – ha delle regole precise; la Burdekin profetizza un mondo nel quale vive “bene” (almeno apparentemente) solo chi ha avuto la fortuna di nascere del sesso, dell’etnia e della religione giusti.

E il peggio doveva ancora arrivare.


[1] «Plato’s Republic, cast in the form of Socratic dialogue, ranks as the first utopia». B. Aldiss with D. Wingrove, op. cit., p. 85.Trad.: La Repubblica di Platone, scritto sotto forma di dialogo socratico, si colloca come prima utopia.[2] Mario Vegetti, “Introduzione” a La Repubblica. Bari, Laterza, 1995, pp. 2-3.[3] Ibid., p. 5.[4] Margherita Isnardi Parente, “Prefazione” a L’Utopia: Bari: Laterza: 1997, p. XII.

[5] Ibid., pp. XIV-XVII.

[6] «E’ un Principe Sacerdote tra loro, che s’appella Sole, e in lingua nostra si dice Metafisico: questo è capo di tutti in spirituale e temporale, e tutti li negozi in lui si terminano.

«Ha tre Principi collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dir: Potestà, Sapienza e Amore.

«Il Potestà ha cura delle guerre e delle paci e dell’arte militare; è supremo nella guerra, ma non sopra Sole; ha cura dell’offiziali, guerrieri, soldati, munizioni, fortificazioni ed espugnazioni.

«Il Sapienza ha cura di tutte le scienze e delli dottori e magistrati dell’arti liberali e meccaniche, tiene sotto di sé tanti offiziali quante son le scienze: ci è l’Astrologo, il Cosmografo, il Geometra, il Loico, il Rettorico, il Grammatico, il Medico, il Fisico, il Politico, il Morale; e tiene un libro solo, dove stan tutte le scienze, che fa leggere a tutto il popolo ad usanza di Pitagorici. E questo ha fatto pingere in tutte le muraglie, su li rivellini, dentro e di fuori, tutte le scienze». Tommaso Campanella, La Città del Sole. Roma, Liber Liber, 1996 (edizione elettronica, scaricata dal sito di Liber Liber : http://www.liberliber.it/).

[7] AA. VV., Il pensiero del XX Secolo in Cd-Rom. Milano, Rizzoli, 1999.

Il termine “totalitarismo” è stato introdotto per la prima volta da Hannah Arendt nel suo Origini del totalitarismo (1951).

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