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Capitolo 1 – Forme di stato nella fantascienza

Posted by Selene Verri su agosto 4, 2007

Politiche parallelePeu à peu, en particulier lorsque l’idée de progrès devient un principe de compréhension de l’histoire humaine, la notion d’utopie apparaît, non plus comme le résultat volontariste de la décision de réformateurs soucieux du bien humain, mais comme ce vers quoi tend le processus historique. C’est, au XIXe siècle, le temps des philosophies de l’histoire. Pour certains, l’utopie est l’horizon de l’Histoire, et il convient d’accélérer le processus pour se rapprocher du règne de la liberté. D’une certaine façon, la promesse de l’histoire rejoint, mais sous une forme sécularisée, l’attente eschatologique des anciennes Apocalypses : la nouvelle Jérusalem viendra, mais cette fois elle ne descendra pas du ciel, elle sera bâtie sur terre, de main humaine, dans un avenir radieux. De nombreux mouvements sociaux, en particulier dans les périodes des grands ébranlements révolutionnaires, sont portés par cette espérance, même si le siècle qui vient de s’achever nous apprend qu’il n’y a pas de fatalité historique, que l’utopie peut se retourner en son contraire, et le rêve tourner au cauchemar.[1]

Abbiamo raggiunto l’orizzonte della storia. Ormai sembra non esserci più utopia possibile, il Novecento è stato il secolo della distopia, dell’utopia rivelatasi incubo. Ma la mente umana non può smettere di sognare, da un lato, né di immaginare incubi ancora peggiori dall’altro.

E così, nascono altre utopie possibili, ma anche distopie ancora più soffocanti di quelle reali. Nel Novecento, però, non è più possibile un semplice déplacement spaziale, visto che tutto (o quasi), sulla Terra, è già stato scoperto. Così, giocoforza, l’utopia viene a coincidere con l’ucronia, lo spostamento nel tempo, in un tempo che non c’è, il futuro. Ma se le massime aspirazioni e i timori più terribili vengono proiettati nel futuro, l’utopia finisce per assumere elementi messianici e la distopia elementi apocalittici: il tutto, però, trasposto su un piano laico, e non più religioso.

E d’altra parte spessissimo, nella fantascienza, lo spostamento nel tempo non sembra essere sufficiente. Ecco quindi lo spostamento verso mondi lontani, non ancora scoperti, secondo lo schema classico: non più, però, sulla Terra, ma lontano anni luce da essa. È così che l’isola viene sostituita dal pianeta, l’esplorazione dal viaggio spaziale.

Un esempio per tutti di utopia, quella anarchica di Ursula K. Le Guin. In The Dispossessed, secondo la più classica tradizione del genere, si realizza il confronto tra una realtà utopica (Anarres) e un’altra realtà: la quale però, diversamente dalla tradizione, non è la realtà presente, concreta, dell’hic et nunc, ma un’altra realtà utopica (secondo l’etimologia del termine come non-luogo, luogo inesistente), che però si rivela essere distopica (Urras). Nonostante questo, la “bontà” della realtà utopica non è mai data per certa, acquisita, indiscutibile, così come non è data per tale la “malvagità” della realtà distopica (come invece accadeva in Moro, o in Swift, che facevano il confronto con la propria realtà, considerata essa stessa distopica), ma i due poli vengono costantemente confrontati l’uno all’altro, mettendo in luce i rispettivi lati positivi e negativi.

Le distopie, nel Novecento, non si contano. Da Brave New World di Aldous Huxley (1932), a Swastika Night (1937) di Katharine Burdekin (sulla cui falsa riga si inserisce il Philip K. Dick di The Man in the High Castle), da Orwell a Bradbury, dalla coppia artistica Pohl e Kornbluth a Margaret Atwood e moltissimi altri ancora, di volta in volta viene immaginata una realtà sotto il dominio di poteri autoritari (che siano di destra o di sinistra ormai non ha più la benché minima importanza, tant’è che un laburista come Orwell può immaginare una distopia di stampo staliniano), o un mondo in preda al consumismo più sfrenato, o un futuro senza sogni, e senza, comunque, la possibilità di sfuggire alla realtà nella quale si vive, pena l’emarginazione, o la tortura, o la morte. E per immaginare un qualunque mondo, una qualunque utopia o distopia, bisogna innanzi tutto immaginare in che forma di stato si trovano ad agire i personaggi della storia. Uno studio esaustivo è, evidentemente, impossibile, quantomeno all’interno di uno spazio limitato. È però possibile cercare di esaminare le forme più ricorrenti immaginate dagli autori di fantascienza del secondo dopoguerra.


[1] Da AA.VV.,  Utopie.  La quête de la société idéale en Occident – Le cahier, Paris: Bibliothèque nationale de France: 2000, p. 2.Trad.: A poco a poco, in particolare quando l’idea di progresso diventa un principio di comprensione della storia umana, la nozione di utopia appare non più come il risultato volontaristico della decisione di alcuni riformatori interessati al bene umano, ma come la meta verso la quale tende il progresso storico. È, nel diciannovesimo secolo, il tempo delle filosofie della storia. Per alcuni, l’utopia è l’orizzonte della Storia, e bisogna accelerare il processo storico per avvicinarsi al regno della libertà. In un certo senso, la promessa della storia si congiunge, ma sotto forma secolarizzata, con l’attesa escatologica delle antiche Apocalissi: la nuova Gerusalemme arriverà, ma stavolta non scenderà dal cielo, sarà costruita sulla terra, per mano umana, in un futuro radioso. Diversi movimenti sociali, in particolare nei periodi dei grandi rivolgimenti rivoluzionari, sono condotti da questa speranza, anche se il secolo che si è appena concluso ci ha insegnato che non c’è fatalità storica, che l’utopia può trasformarsi nel suo contrario, e il sogno trasformarsi in incubo.

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