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In principio era l’utopia

Posted by Selene Verri su luglio 28, 2007

Politiche parallele

Ora però facciamo un passo indietro. Abbiamo visto che il termine science fiction ha un’origine molto recente e che con questo nome il genere nasce su riviste di serie B, fondamentalmente giornaletti per ragazzi. In molti però hanno cercato di trovarle un’origine nobile. E di sicuro, di antenati nobili la fantascienza ne ha.C’è chi, tentando una storia della fantascienza, le fa emettere i primi vagiti con Luciano di Samosata e la sua Storia vera che includerebbe il primo viaggio interplanetario, per quanto in termini assai poco scientifici. C’è chi invece ne trova le origini nell’epoca moderna, in particolare nel secolo scorso, con il romanzo gotico e il Frankenstein di Mary Shelley[1]. In mezzo, sono stati individuati una serie di altri possibili antenati che è inutile elencare in questa sede.In tutto questo caos, l’unica certezza riguarda l’origine della “vocazione” politica della fantascienza, o quanto meno di un certo filone di essa. Quest’origine è, per decisione unanime, l’utopia. Utopia intesa sì come titolo della celebre opera di Tommaso Moro (che la scrisse nel 1516), ma anche e soprattutto come genere letterario, al quale Moro non ha fatto che dare un nome, ma che già esisteva dai tempi di Platone.[2]Il termine “utopia” è, nella sua radice e quindi nel suo significato, volutamente ambiguo fin dai tempi di Moro. Lo si fa derivare contemporaneamente da eu-tópos, cioè il luogo della felicità, della perfezione, del massimo bene, e da ou-tópos, cioè il “non-luogo”, il luogo che non esiste, potremmo dire, con Peter Pan, l’Isola-che-non-c’è (non a caso, le prime utopie sono ambientate su isole, che poi, in un secondo momento, diventeranno pianeti – o la luna –, “isole celesti”, proprio come l’Isola-che-non-c’è).

Nei secoli XVII e XVIII si definisce utopia ogni testo che segna il modello narrativo proposto da More: il racconto di un viaggio immaginario al cui termine il narratore scopre un paese sconosciuto in cui regna l’ordine sociale ideale che viene descritto nei particolari.[3]

Questo genere letterario avrà un grande successo nel corso dei secoli, ma a un certo momento non sarà più sufficiente. Già con i Gulliver’s Travels di Swift l’utopia sarà problematizzata, complicata, utopia e distopia insieme. Ma la vera svolta avverrà nel nostro secolo:

La fine dell’utopia letteraria coincide con il realizzarsi di una rivoluzione marxista, cioè l’attuazione di un modello concreto (…) per l’idea filosofica più feconda del secondo ottocento. (…) La funzione della riflessione critica sul nostro mondo, svolta attraverso la proiezione di una società immaginaria, passa nel nostro secolo dall’utopia alla distopia (o antiutopia, o utopia negativa), che contrappone alla creazione della città del sole l’immagine negativa di una civiltà d’incubo, creata esasperando le storture della nostra. (…)La distopia consiste sempre essenzialmente di un’analisi del momento negativo: la zona satirica si amplia violentemente, respingendo a sottofondo implicito il momento positivo, l’arrière-pensée politica, ideologica, su cui l’analisi negativa si innesta. Il procedimento contiene una distorsione paradossale: il mondo presentato, anche quando è descritto con la lucida minuziosità che deve rendere l’incubo palpabile, ha molto raramente pretese di realismo; non si presenta come ipotesi, non ci si offre come probabile: è una sorta di iperbole (…): una spinta all’assurdo che vuole illuminare il presente di una nuova consapevolezza: una sorta di “perfino”.[4]

Insomma, nel ’900 le utopie – di sinistra e di destra – si sono realizzate, ma anziché dar luogo a un’isola felice, un mondo di benessere e di pace, hanno prodotto totalitarismi, campi di concentramento, genocidi, guerre mondiali. Da allora, nessuna utopia è più possibile. Ogni utopia finisce per coincidere con il suo contrario, la distopia – da dys-tópos, luogo del male. Nel momento in cui si immagina un mondo perfetto, come può fare ad esempio un Aldous Huxley in Brave New World, se ne vedono anche tutte le storture, tutte le esasperazioni. Il che però non significa che chi scrive distopie debba essere necessariamente un conservatore, una persona che non vuole che le cose cambino perché sicuramente cambieranno in peggio, ma qualcuno che vede le conseguenze ultime, estreme, di una certa tendenza della società, “vede” in che direzione la società si sta dirigendo, ma soprattutto cerca di fare in modo che vada in un’altra direzione: «I’m not trying to predict the future. I’m just doing my best to prevent it».Altro modo per riflettere criticamente sulla società è quello di immaginare “come sarebbe il mondo se le cose fossero andate diversamente”. Che è, poi, quello che Dick chiamava alternate present. Ma sia nel caso in cui le vicende siano ambientate in un ipotetico futuro, sia che la storia si svolga in un presente – o in un passato – parallelo, la distopia di rado è radicale, unilaterale come l’utopia: l’utopia risolve i problemi, la distopia li pone[5]. Non solo, ma la distopia considera le soluzioni proposte dall’utopia come problemi essi stessi. Ad esempio, eliminare del tutto il dolore dalla vita è solo un bene o può essere anche un male? Il distopista tende a non dare una risposta definitiva, anzi, forse è addirittura affascinato dalla prospettiva, ma si pone il problema. Non necessariamente, quindi, una distopia è del tutto negativa, come peraltro sono 1984 e Fahrenheit 451. Spesso, come in Huxley, è invece un’utopia guardata da un altro punto di vista, un punto di vista critico. In ultima analisi, la distopia è il rifiuto della perfezione, dell’immobilismo. L’utopia è vista come il trionfo dell’entropia, dove nulla si distrugge ma dove non è nemmeno più possibile creare nulla.Naturalmente, non è detto che ogni distopia debba essere fantascientifica. Di fatto, però, almeno nel ‘900, la fantascienza è stato il genere – o il modo – più adatto ad esprimerla. E ancora oggi continua a essere l’ossimoro capace di cambiare – almeno un pochino – il mondo, il nostro mondo, parlando di altri mondi.


[1] B. Aldiss with D. Wingrove, op. cit., pp. 29ss.

[2] Per una trattazione dettagliata dell’argomento, ved. Bronislaw Baczko, L’utopia – Immaginazione sociale e rappresentazioni utopiche nell’età dell’Illuminismo. Torino, Einaudi, 1979 e D. Guardamagna, op. cit.

[3] B. Baczko, op. cit., p. 9.

[4] Daniela Guardamagna, op. cit. pp. 12-14. 

[5] Ibid., p. 14.

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