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Che cos’è la fantascienza?

Posted by Selene Verri su luglio 21, 2007

Politiche parallele La definizione di “fantascienza” è stata differita fino a questo momento perché è forse l’argomento più difficile da affrontare, in quanto non esiste una definizione univoca e accettata universalmente del termine. Per fare un esempio partendo proprio dallo stesso Orwell, 1984 si può considerare fantascienza oppure no? Se pensiamo che la vicenda si svolge nel futuro rispetto all’autore e che, oltre tutto, comprende anche un’innovazione tecnologica di non poco conto come il maxi-schermo, sembrerebbe normale includerlo nelle opere di fantascienza. Un’opera grande, importante, fondamentale, un classico, ma appartenente senza troppi giri di parole al genere fantascientifico.Ma normalmente questo passaggio logico non viene fatto: un po’ perché si pensa che fantascienza debba significare solo viaggi interplanetari, astronavi, o viaggi nel tempo, e molto per snobismo: la fantascienza, come si è detto, è considerata paraletteratura, e non sarebbe certo decent includere un’opera dello spessore di 1984 in un genere leggero ed escapista. Si tratta, evidentemente, di un punto di vista da miopi, soprattutto se si tiene conto che tra i modelli di Orwell ci sono il pioniere della fantascienza H. G. Wells[1] e il grande scrittore russo, autore di science fiction di aperta denuncia, Yevgeny Zamjatin. Del resto lo stesso Orwell ammise esplicitamente il forte influsso che ebbe sul suo romanzo il libro di Zamjatin Noi quando disse, nel 1944:

I am interested in that kind of book, and even keep making notes for one myself that may get written sooner or later.[2]

Chiusa la parentesi, avventuriamoci dunque nella foresta di definizioni che sono state elaborate per quello che è poi nient’altro che un neologismo novecentesco: fantascienza.Ancora una volta, forse è meglio dare la parola agli autori stessi, che presumibilmente conoscono la loro materia meglio di qualunque critico. Geniale nella sua ironia, come sempre, Philip K. Dick in The Man in the High Castle, finge di parlare di un libro – che è poi il vero protagonista della vicenda –, finendo di riflesso col parlare del proprio, nel quale Dick immagina una realtà alternativa in cui la Seconda Guerra Mondiale è stata vinta dall’Asse. I personaggi che conducono il dialogo sono due giapponesi, marito e moglie:

‘Not a mystery’, Paul said. ‘On contrary, interesting form of fiction possible within genre of science fiction.’‘Oh, no,’ Betty disagreed. ‘No science in it. Not set in future. Science fiction deals with future, in particular future where science has advanced over now. Book fits neither premise.’‘But’, Paul said, ‘it deals with alternate present. Many well-known science fiction novels of that sort.’[3]

Dunque, al momento almeno due elementi sono chiari: una storia di fantascienza può essere ambientata nel futuro, meglio se in un futuro tecnologicamente avanzato (ma non è detto, altrimenti bisognerebbe escludere una serie di romanzi ambientati in un futuro post-atomico in cui la tecnologia è scomparsa o fortemente regredita), oppure in un presente alternativo. Naturalmente, il fatto di includere un presente alternativo, presuppone che ci possa essere un passato alternativo (lo stesso The Man in the High Castle è ambientato in un presente in cui il passato è diverso da quello che è stato in realtà), e così facendo sono state stabilite se non altro le coordinate temporali.E però pare che questi elementi non siano sufficienti. Necessari, forse, ma non sufficienti. Secondo Suvin, infatti,

la fantascienza non andrebbe considerata in termini di scienza, di futuro, o di qualsiasi altro elemento del suo ambito tematico potenzialmente illimitato (…), ma piuttosto andrebbe definita come racconto di finzione dominato dal procedimento letterario egemonico di un locus e/o di dramatis personae, procedimenti che sono: a) radicalmente o quanto meno significativamente diversi dai luoghi, i tempi e i personaggi empirici della letteratura di funzione «mimetica» o «naturalista», eppure b) ciononostante – nei limiti entro i quali la fantascienza si differenzia dagli altri generi «fantastici», cioè insiemi di racconti di finzione senza convalida empirica – sono simultaneamente percepiti come «non impossibili» nell’ambito delle norme culturali (cosmologiche e antropologiche) dell’epoca dell’autore. Fondamentalmente, la fantascienza è un ossimoro esteso, un’irrealtà realistica, con non umani umanizzati, Altri Mondi che rispecchiano questo mondo, e via di seguito. Il che significa che essa è lo spazio potenziale di uno «straniamento» dirompente, convalidato dal pathos e dal prestigio delle norme cognitive fondamentali dei nostri tempi.[4]

In sostanza, per Suvin la fantascienza non è che l’unione di due opposte tendenze: la tendenza cognitiva, e quindi realistica, e la tendenza straniante, cioè un’ambientazione che non corrisponda alla nostra esperienza quotidiana ma che ci proietti in nuove realtà e in nuovi mondi.In questo modo, però, Suvin comprende nel termine fantascienza tutta quella letteratura che, da Luciano di Samosata in poi, contiene in sé questi due elementi. Pertanto, amplia il significato che si è soliti dare al termine. Un termine che, come ricorda Oreste Del Buono nell’introduzione allo studio dello stesso Suvin, è però nato nel nostro secolo, e più precisamente su riviste pulp che molto avevano di straniante, ma ben poco di cognitivo. Del Buono ricorda che l’espressione science fiction apparve per la prima volta, nella forma scientifiction, nel 1926, nella rivista di Hugo Gernsback Amazing Stories:

Nell’editoriale del primo numero spiegava comunque cosa fosse per lui la scientifiction, e questa è la prima delle due definizioni originali ufficiali, e cosa volesse essere la sua nuova rivista: «(…) Per scientifiction intendo il genere di storie alla Jules Verne, alla Herbert George Wells e alla Edgar Allan Poe: un’affascinante avventura mescolata a fatti scientifici e visioni profetiche…»[5]

Insomma, in origine la fantascienza non sembra proprio quello strumento nobile di conoscenza che viene identificato da Suvin. E di questo bisogna senz’altro tenere conto.È pur vero però anche che, col passare degli anni e poi dei decenni, c’è stata un’evoluzione: e se sia il genere a essersi evoluto, o se sia il termine a non essere più adatto (come sostiene Kingsley Amis[6]) a identificare almeno un certo tipo di fantascienza, rimane un problema aperto.Vediamo allora qual è la definizione proposta da Amis:

Science fiction is that class of prose narrative treating of a situation that could not arise in the world we know, but which is hypothesised on the basis of some innovation in science or technology, or pseudo-science or pseudo-technology, whether human or extra-terrestrial in origin.[7]

Una definizione interessante, se non fosse che lascia fuori opere come, per esempio, The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood, un romanzo nel quale il cambiamento non avviene in base a innovazioni scientifiche ma in seguito a una rivoluzione politica, e che pure è a buon diritto preso in considerazione dalle più autorevoli riviste di critica sulla fantascienza. Del resto, lo stesso Amis poche pagine dopo propone una definizione un po’ più vaga, ma forse più utile:

science fiction presents with verisimilitude the human effects of spectacular changes in our environment, changes either deliberately willed or involuntarily suffered.[8]

Rimane il fatto che come definizione è comunque troppo vaga. Insomma, sembra che non se ne esca. Forse, però, l’errore è proprio quello di voler considerare la fantascienza un genere. Questa almeno l’opinione di Aldiss e Wingrove:

The difficulty – the infinitude of SF – lies in the obdurate fact that it is both formulaic and something more than a genre. It is a mode that easily falls back into the genre. The model is flexible, changing with the times. New designs are forever produced. SF can be conventional and innovative at one and the same time.[9]

Non è il caso forse di provare a dare qui una definizione ultima del termine “fantascienza”. È però utile cercare di stabilire delle coordinate. Ai fini di questo studio saranno dunque prese in considerazione solo le opere pubblicate dopo la seconda guerra mondiale (con la parziale eccezione del ciclo di Foundation di Asimov, apparso per la prima volta su Astounding Stories a partire dal 1942, ma comunque pubblicato in volume dopo la guerra). All’interno di questo corpus, saranno considerate fantascienza innanzi tutto quelle opere che comunemente – in genere per esigenze commerciali – vengono considerate tali, e comunque tutte quelle la cui trama si inserisce nelle coordinate temporali fornite da Dick (futuro, presente alternativo, passato alternativo) e/o che contengano innovazioni di tipo scientifico o tecnologico. All’interno di queste, però, saranno oggetto di studio solo quelle che, seguendo le indicazioni di Suvin, oltre a un’ambientazione straniante, presentino soprattutto un fine cognitivo.


[1] Sull’influsso di Wells su Orwell, ved. C. Pagetti, “A futura memoria: il diario di Winston Smith” in Francesco Marroni, Carlo Pagetti, Oriana Palusci (a c. di), George Orwell – 1984 – Un romanzo del nostro tempo, (Atti del convegno di Giulianova, marzo-aprile 1984). Pescara, C.L.U.A., 1986, pp. 77ss., in particolare alle pp. 80-81.

[2] Cit. da Peter Davison, “A Note on the Text” in G. Orwell, op. cit., p. v.

Trad.: Sono interessato a quel genere di libro, anzi sto prendendo appunti per poterne scrivere uno io stesso prima o poi.

[3] Philip K. Dick, The Man in the High Castle, 1962. London, Penguin, p. 109.

Trad. La svastica sul sole di Maurizio Nati. Roma, Fanucci, 1997, p. 157.

[4] Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza – Poetica e storia di un genere letterario. Bologna, Il Mulino, 1984, pp. 4-5

[5] O. Del Buono, “Introduzione all’edizione italiana” di D. Suvin, op. cit., p. x.

[6] K. Amis, New Maps of Hell – A Survey of Science Fiction, 1960. London, Gollancz, 1961, p. 25.

[7] Ibid., p. 18. Trad. Nuove mappe dell’inferno – Panorama della fantascienza di Marina Valente. Milano, Bompiani, 1962, p. 23.

[8] Ibid., p. 26. Trad. p. 32.

[9] Brian Aldiss with David Wingrove, Trillion Year Spree. London, Grafton, 1988, p. 15.

Trad.: La difficoltà – l’infinità della fantascienza – sta nel fatto ostinato che essa è sia formulaica sia qualcosa di più di un genere. È un modo che ricade facilmente nel genere. Il modello è flessibile, mutevole a seconda dei tempi. Nuovi progetti vengono prodotti in continuazione. La fantascienza può essere convenzionale e innovativa nello stesso tempo.

8 Risposte to “Che cos’è la fantascienza?”

  1. X said

    Non ho saputo resistere e ti ho rubato la definizione di Suvin. Hai fatto un lavoro notevole, aspetto le prossime puntate😉 Complimenti!
    X

  2. Grazie!🙂
    (che onore! un premio Urania sul mio blog! eheh)

  3. falecius said

    Grazie del commento da me.
    Solo due cose : non si scrive Yevgeny ma Evgenij. Yevgeny (più esattamente ancora, Yevgyeniy) andrebbe bene ma poi per coerenza dovresti scrivere Zamyatin e non Zamjatin.
    Comuqnue nell’uso italiano Evgenij Zamjatin è la trascrizione migliore e più usata.🙂 Volevo dirtelo quando ho letto la prima parte della tesi ma poi ho lasciato stare, non è così importante!

    Sai per caso quando è uscita la prima traduzione di “Solaris” (il romanzo) in inglese, francese o arabo? Mi sembra che ci sia un’influenza su “Viaggio nel Futuro” di al-Hakim, ma Solaris è del ’61,e Viaggio nel Futuro uscì nel ’62, e al-Hakim non conosceva le lingue dell’Europa Orientale (forse il tedesco, ma ne dubito. Aveva studiato in Francia.

  4. Oddio, il nome io l’ho solo copiato, non ho la più pallida idea di come si traslitteri il russo, e probabilmente l’ho scritto in modi diversi a seconda della fonte da cui lo copiavo😀
    Non ricordavo nemmeno di aver scritto Yevgeny…

    Sulla prima traduzione di Solaris, non ho la più pallida idea, mi spiace.

  5. falecius said

    Comunuqe non importa. Ricordavo male, “Viaggio nel futuro” uscì in arabo prima di Solaris, nel 57, quindi, o era Lem a conoscere al-Hakim (tramite una traduzione francese?) oppure le somiglianze sono un semplice caso.

  6. Be’, la questione è molto interessante. Fossi in te, investigherei. Anche fossi in me, in realà, ma non lo sono più da un po’😉

  7. realTà. Ho detto realTà.
    Ma forse la realà è una realtà parallela. Che sta più di là che di qua.

  8. yassin said

    non ho capito niente

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