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Perché gli scrittori di fantascienza si occupano di politica?

Posted by Selene Verri su luglio 14, 2007

 Politiche Parallele 

Mai come nel nostro secolo ci si è chiesti quale sia la funzione dell’intellettuale, se quella di guidare, di denunciare, se egli possa pretendere di “cambiare il mondo” – almeno un po’ – o se debba limitarsi a guardare e far divertire, piangere, ridere, rilassare, o, tutt’al più, meditare.Con la fantascienza, poi, il problema si pone all’ennesima potenza: genere di umili natali, sembrerebbe dover ambire solo a far sfuggire il lettore alla realtà quotidiana trasportandolo in mondi lontani, non certo a farlo riflettere sulla realtà concreta e, magari, risvegliare in lui una coscienza politica. Eppure è facile vedere nell’atteggiamento di chi scrive – o produce – fantascienza la “presunzione” – se così vogliamo chiamarla – che fu a suo tempo di Swift: «i miei viaggi muteranno meravigliosamente il mondo»[1].Un compito ben diverso dunque da quello che molti tendono ad attribuire a questi prodotti: in genere, infatti, si pensa che lo scrittore di science fiction voglia prevedere il futuro. Il che, forse, sarebbe ancora più presuntuoso. Ma, al di là dei giudizi di merito, più semplicemente non è questo lo scopo di chi scrive. O lo è solo in seconda istanza:

As a case in point, when Ray Bradbury was once asked if he thought the gritty, mean world of Fahrenheit 451 was meant as a prediction he replied, “Hell, no. I’m not trying to predict the future. I’m just doing my best to prevent it.”[2]

Una frase che dovrebbe bastare per mettere a tacere una volta per tutte quelle menti piccine che per decenni hanno accusato Orwell di aver sbagliato a prevedere come sarebbe stato l’anno 1984 (per non parlare poi di tutte le previsioni sul 2000 azzardate almeno dal secolo scorso a partire da Looking Backward, 2000-1887 di Edward Bellamy).Ciò non toglie naturalmente che ogni tanto qualcuno indovini. E a volte le previsioni, per quanto evidentemente del tutto incidentali, sono nondimeno sorprendenti. Fa impressione, per esempio, a noi lettori “post-Diana” questo frammento tratto da un’ambiziosa storia futura (forse la madre di tutte le storie future del nostro secolo) pubblicata nel 1930:

There was hideous destruction in the school. The palace escaped. But, chief disaster for the cause of peace, a beautiful and extravagantly popular young princess was caught by the explosion. Her body, obscenely mutilated, but still recognizable to every student of the illustrated papers, was impaled upon some high park-railings beside the main thoroughfare towards the city.[3]

Naturalmente, si tratta solo di una curiosità – così come l’episodio, molto più divertente, del presidente americano fortemente puritano e monogamo che si lascia sedurre da una fanciulla venuta dall’Oceano mentre, su un’isola, sta discettando di cruciali questioni politiche con il leader cinese e, anziché essere travolto dallo scandalo, viene osannato dai suoi connazionali come un eroe perché il sacrificio della sua purezza privata gli ha permesso di diventare Presidente del Mondo – e non avrebbe assolutamente senso sindacare sul fatto che l’autore non abbia indovinato esattamente il modo in cui la principessa muore. D’altro canto, è chiaro che se Stapledon è riuscito a “prevedere” un fatto del genere, evidentemente già a quei tempi erano individuabili atteggiamenti in tutto simili a quelli del giorno d’oggi (non è certo un caso l’ironia della frase «still recognizable to every student of the illustrated papers»).Si diceva però che prevedere non è il fine ultimo degli scrittori di science fiction, quanto meno non dei più “impegnati”. Ma la fantascienza può davvero arrogarsi la pretesa di agire sulla realtà? Secondo il solito Pohl, la risposta non può essere che affermativa:

More than that, science fiction has actually taken a part in creating political change, and one of its most effective ways of doing so is by offering new models to its readers. For example, consider how science fiction has encouraged the change of attitudes in race relations. They tell me that when Captain Kirk kissed Lieutenant Uhura on Star Trek it broke an ancient tabu. That was said to be the first interracial kiss on television, and perhaps it has played some part in the increased – perhaps only very slightly increased – tolerance for black-and-white love affairs in the real world.[4]

Ma non sono solo coloro che producono fantascienza – e che quindi possono essere sospettati di coltivare un interesse personale nel sostenere certe posizioni – a testimoniare l’importanza del genere nei cambiamenti di atteggiamento delle persone. Proprio Star Trek infatti ci permette di scomodare in merito un personaggio che, forse, nessuno penserebbe di trovare citato in uno studio sulla science fiction. Ecco che cosa racconta Nichelle Nichols, l’attrice che impersonava, per l’appunto, il Tenente Uhura, e che alla fine della prima stagione della serie aveva deciso di abbandonare Star Trek:

Quel fine settimana partecipai a uno spettacolo di beneficenza e mi si avvicinò qualcuno che mi disse: «Miss Nichols, c’è una persona che vorrebbe vederla, un suo ammiratore». Io mi aspettavo di trovarmi davanti un ragazzino, invece mi voltai e mi trovai di fronte al dottor Martin Luther King. Rimasi di sasso. Lui disse: «Sì, io sono un suo grande ammiratore, anzi in casa mia nessuno si perde mai una puntata». Io lo ringraziai e gli dissi che avevo intenzione di lasciare la serie alla fine della stagione. Lui rispose: «Non può!». Io ero sconcertata e gli chiesi perché. E lui: «Si rende conto di chi è lei? Di quello che ha? Non sa che lei è entrata nella storia? Lei ha aperto una porta e non bisogna permettere che venga richiusa. Lei fa parte dell’equipaggio dell’Enterprise, e in un ruolo di comando, in esplorazione pacifica. Lei ha cambiato per sempre il volto della televisione, ha dato vita a un personaggio che possiede dignità, bellezza e intelligenza. Non può andarsene. Lei è un punto di riferimento, e non intendo solo per i bambini neri. Il ruolo più importante ce l’ha nei riguardi di coloro che sono diversi da noi e per la prima volta ci vedono per quello che siamo: uguali. Esseri umani uguali in esplorazione pacifica. Nichelle, lei non può andarsene».[5]

Si potrebbe obiettare che sia stata la potenza della televisione a fare il miracolo, non tanto il fatto che si trattasse di un programma di fantascienza. Ma non è così, da quel che si può dedurre da quest’affermazione di De Forest Kelley (il Dottor McCoy dello schermo):

Facevamo intrattenimento e nel frattempo trattavamo temi importanti: la guerra del Vietnam e molte altre cose di cui si poteva parlare in una serie di fantascienza ma non in una normale serie televisiva.[6]

Già, perché forse al giorno d’oggi le cose sono un po’ diverse, ma da sempre la fantascienza e i generi suoi precursori (satira, utopia…) hanno il vantaggio di dire le cose come stanno camuffandosi dietro alibi quali mondi immaginari, storie avventurose, realtà aliene. E spesso nei secoli questo è servito per parlare di argomenti dei quali altrimenti si sarebbe dovuto tacere. Non è stato sempre e ovunque così, naturalmente (la science fiction in Unione Sovietica ha avuto vita difficile, così come in Cina, dove solo a partire dagli «anni 90 non subisce praticamente più l’influenza di fattori politici»[7]) ma spesso questo è stato il grande vantaggio della fantascienza, genere “basso”, rispetto a generi più “rispettabili” o considerati tali, e quindi non preso in considerazione dalle istituzioni come qualcosa di potenzialmente pericoloso. Forse era anche a questo che si riferiva Orwell quando faceva scrivere a Winston Smith sul suo diario:«If there is hope (…) it lies in the proles»[8]. 


[1] Cit. da Daniela Guardamagna, Analisi dell’incubo – L’utopia negativa da Swift alla fantascienza. Roma, Bulzoni, 1980 p. 62 n. 1.

[2] F. Pohl, op. cit., p. 8.

Trad.: Per fare un esempio pertinente, quando a Ray Bradbury fu chiesto, un giorno, se pensasse che il mondo desertificato, mediocre di Fahrenheit 451 fosse inteso come una predizione, rispose: “No, che diavolo! Non sto cercando di predire il futuro. Sto solo facendo del mio meglio per prevenirlo

[3] Olaf Stapledon, Last and First Men, 1930.

Trad. Infinito di Antonio Ghirardelli. Milano, Mondadori, 1997, p. 33.

[4] F. Pohl, op. cit., pp. 8-9.

Trad.: Non solo, ma la fantascienza ha addirittura avuto un ruolo nel provocare mutamenti politici, e uno dei modi più efficaci per farlo è stato offrendo nuovi modelli ai suoi lettori. Per esempio, pensate a come la fantascienza ha incoraggiato il cambiamento di attitudini nelle relazioni fra razze. Mi dicono che quando il Capitano Kirk baciò il Tenente Uhura in Star Trek, questo gesto spezzò un antico tabù. Si disse che era il primo bacio interrazziale visto in televisione, e forse ha avuto qualche peso nell’accresciuta – forse accresciuta solo molto leggermente – tolleranza nei confronti delle relazioni amorose fra bianchi e neri nel mondo reale.

[5] Video Star Trek: Diario del Capitano. Novara, De Agostini, 1999.

[6] Ibid.

[7] Xing He, scrittore cinese di sf, intervistato da Laura Corradini per la rivista telematica Delos all’interno del servizio “CyberCina” (Delos n. 51: www.delos.fantascienza.com/delos51/cina.html)

[8] George Orwell, Nineteen Eighty-Four, 1949. London, Penguin, 1990, p. 72.

Trad. 1984 di Gabriele Baldini. Milano, Mondadori, 1986, p. 93.

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