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Archive for luglio 2007

Fascisti su Marte

Posted by Selene Verri su luglio 28, 2007

Quest’articolo è la versione originale di Les fascistes sur Mars apparso sul numero 75 della rivista francese Lunatique.Lunatique

Un giorno, uno dei robottini della Nasa che passeggiano su Marte, o forse qualche missione composta da astronauti in carne e ossa, scoprirà i resti di un essere umano. Completo di uniforme, moschetto “e un ‘me ne frego’ dentro al cuor”. Quel fiero scheletro è il gerarca fascista Barbagli, giunto in tempi non sospetti alla conquista del “rosso pianeta bolscevico e traditor” con un pugno di Arditi (“com’altro nomare questi baldi fiori del regime che osarono porre un imperativo categorico tra le sabbie bolsceviche di Marte?”). Ce lo svela “Fascisti su Marte – Una vittoria negata”, cinegiornale finora tenuto celato dalla propaganda marxista e strappato alla censura da tale Corrado Guzzanti. Un documentario che mette in luce tutte le menzogne che ci sono state raccontate da Philip K. Dick in The Man in the High Castle: non sono i nazisti tedeschi i primi a lanciarsi alla conquista di Marte, ma i fascisti italiani, sprezzanti del pericolo e incuranti dell’atmosfera irrespirabile del pianeta (“Respirate, è un ordine!” li incita Barbagli), in un assolato (e voglio ben trovare un giorno non assolato su Marte) 10 maggio 1939. Barbagli e i suoi fidi sottoposti, di cui Guzzanti aveva già mostrato alcune delle avventure nella trasmissione televisiva “Il caso Scafroglia”, si scontrano con i temibili Mimimmi, rocce immobili e vili, che, in quanto esseri inferiori e prigionieri di guerra, saranno deportati in campi di concentramento. Ma l’imprevedibile è dietro l’angolo, e anche il più fedele soldato, in territorio nemico, può cedere al tradimento. E non bisogna sottovalutare il subdolo potere di seduzione delle femmine dei Mimimmi (qualunque sia il modo di distinguere le femmine dai maschi). Come tutta la sfortunata storia fascista, dunque, l’epilogo sarà tragico, ma il nome del Duce risplenderà per sempre sulle terre marxiane… pardon, marziane.

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In principio era l’utopia

Posted by Selene Verri su luglio 28, 2007

Politiche parallele

Ora però facciamo un passo indietro. Abbiamo visto che il termine science fiction ha un’origine molto recente e che con questo nome il genere nasce su riviste di serie B, fondamentalmente giornaletti per ragazzi. In molti però hanno cercato di trovarle un’origine nobile. E di sicuro, di antenati nobili la fantascienza ne ha.C’è chi, tentando una storia della fantascienza, le fa emettere i primi vagiti con Luciano di Samosata e la sua Storia vera che includerebbe il primo viaggio interplanetario, per quanto in termini assai poco scientifici. C’è chi invece ne trova le origini nell’epoca moderna, in particolare nel secolo scorso, con il romanzo gotico e il Frankenstein di Mary Shelley[1]. In mezzo, sono stati individuati una serie di altri possibili antenati che è inutile elencare in questa sede.In tutto questo caos, l’unica certezza riguarda l’origine della “vocazione” politica della fantascienza, o quanto meno di un certo filone di essa. Quest’origine è, per decisione unanime, l’utopia. Utopia intesa sì come titolo della celebre opera di Tommaso Moro (che la scrisse nel 1516), ma anche e soprattutto come genere letterario, al quale Moro non ha fatto che dare un nome, ma che già esisteva dai tempi di Platone.[2]Il termine “utopia” è, nella sua radice e quindi nel suo significato, volutamente ambiguo fin dai tempi di Moro. Lo si fa derivare contemporaneamente da eu-tópos, cioè il luogo della felicità, della perfezione, del massimo bene, e da ou-tópos, cioè il “non-luogo”, il luogo che non esiste, potremmo dire, con Peter Pan, l’Isola-che-non-c’è (non a caso, le prime utopie sono ambientate su isole, che poi, in un secondo momento, diventeranno pianeti – o la luna –, “isole celesti”, proprio come l’Isola-che-non-c’è).

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Che cos’è la fantascienza?

Posted by Selene Verri su luglio 21, 2007

Politiche parallele La definizione di “fantascienza” è stata differita fino a questo momento perché è forse l’argomento più difficile da affrontare, in quanto non esiste una definizione univoca e accettata universalmente del termine. Per fare un esempio partendo proprio dallo stesso Orwell, 1984 si può considerare fantascienza oppure no? Se pensiamo che la vicenda si svolge nel futuro rispetto all’autore e che, oltre tutto, comprende anche un’innovazione tecnologica di non poco conto come il maxi-schermo, sembrerebbe normale includerlo nelle opere di fantascienza. Un’opera grande, importante, fondamentale, un classico, ma appartenente senza troppi giri di parole al genere fantascientifico.Ma normalmente questo passaggio logico non viene fatto: un po’ perché si pensa che fantascienza debba significare solo viaggi interplanetari, astronavi, o viaggi nel tempo, e molto per snobismo: la fantascienza, come si è detto, è considerata paraletteratura, e non sarebbe certo decent includere un’opera dello spessore di 1984 in un genere leggero ed escapista. Si tratta, evidentemente, di un punto di vista da miopi, soprattutto se si tiene conto che tra i modelli di Orwell ci sono il pioniere della fantascienza H. G. Wells[1] e il grande scrittore russo, autore di science fiction di aperta denuncia, Yevgeny Zamjatin. Del resto lo stesso Orwell ammise esplicitamente il forte influsso che ebbe sul suo romanzo il libro di Zamjatin Noi quando disse, nel 1944:

I am interested in that kind of book, and even keep making notes for one myself that may get written sooner or later.[2]

Chiusa la parentesi, avventuriamoci dunque nella foresta di definizioni che sono state elaborate per quello che è poi nient’altro che un neologismo novecentesco: fantascienza.Ancora una volta, forse è meglio dare la parola agli autori stessi, che presumibilmente conoscono la loro materia meglio di qualunque critico. Geniale nella sua ironia, come sempre, Philip K. Dick in The Man in the High Castle, finge di parlare di un libro – che è poi il vero protagonista della vicenda –, finendo di riflesso col parlare del proprio, nel quale Dick immagina una realtà alternativa in cui la Seconda Guerra Mondiale è stata vinta dall’Asse. I personaggi che conducono il dialogo sono due giapponesi, marito e moglie:

‘Not a mystery’, Paul said. ‘On contrary, interesting form of fiction possible within genre of science fiction.’‘Oh, no,’ Betty disagreed. ‘No science in it. Not set in future. Science fiction deals with future, in particular future where science has advanced over now. Book fits neither premise.’‘But’, Paul said, ‘it deals with alternate present. Many well-known science fiction novels of that sort.’[3]

Dunque, al momento almeno due elementi sono chiari: una storia di fantascienza può essere ambientata nel futuro, meglio se in un futuro tecnologicamente avanzato (ma non è detto, altrimenti bisognerebbe escludere una serie di romanzi ambientati in un futuro post-atomico in cui la tecnologia è scomparsa o fortemente regredita), oppure in un presente alternativo. Naturalmente, il fatto di includere un presente alternativo, presuppone che ci possa essere un passato alternativo (lo stesso The Man in the High Castle è ambientato in un presente in cui il passato è diverso da quello che è stato in realtà), e così facendo sono state stabilite se non altro le coordinate temporali.E però pare che questi elementi non siano sufficienti. Necessari, forse, ma non sufficienti. Secondo Suvin, infatti,

la fantascienza non andrebbe considerata in termini di scienza, di futuro, o di qualsiasi altro elemento del suo ambito tematico potenzialmente illimitato (…), ma piuttosto andrebbe definita come racconto di finzione dominato dal procedimento letterario egemonico di un locus e/o di dramatis personae, procedimenti che sono: a) radicalmente o quanto meno significativamente diversi dai luoghi, i tempi e i personaggi empirici della letteratura di funzione «mimetica» o «naturalista», eppure b) ciononostante – nei limiti entro i quali la fantascienza si differenzia dagli altri generi «fantastici», cioè insiemi di racconti di finzione senza convalida empirica – sono simultaneamente percepiti come «non impossibili» nell’ambito delle norme culturali (cosmologiche e antropologiche) dell’epoca dell’autore. Fondamentalmente, la fantascienza è un ossimoro esteso, un’irrealtà realistica, con non umani umanizzati, Altri Mondi che rispecchiano questo mondo, e via di seguito. Il che significa che essa è lo spazio potenziale di uno «straniamento» dirompente, convalidato dal pathos e dal prestigio delle norme cognitive fondamentali dei nostri tempi.[4]

In sostanza, per Suvin la fantascienza non è che l’unione di due opposte tendenze: la tendenza cognitiva, e quindi realistica, e la tendenza straniante, cioè un’ambientazione che non corrisponda alla nostra esperienza quotidiana ma che ci proietti in nuove realtà e in nuovi mondi.In questo modo, però, Suvin comprende nel termine fantascienza tutta quella letteratura che, da Luciano di Samosata in poi, contiene in sé questi due elementi. Pertanto, amplia il significato che si è soliti dare al termine. Un termine che, come ricorda Oreste Del Buono nell’introduzione allo studio dello stesso Suvin, è però nato nel nostro secolo, e più precisamente su riviste pulp che molto avevano di straniante, ma ben poco di cognitivo. Del Buono ricorda che l’espressione science fiction apparve per la prima volta, nella forma scientifiction, nel 1926, nella rivista di Hugo Gernsback Amazing Stories:

Nell’editoriale del primo numero spiegava comunque cosa fosse per lui la scientifiction, e questa è la prima delle due definizioni originali ufficiali, e cosa volesse essere la sua nuova rivista: «(…) Per scientifiction intendo il genere di storie alla Jules Verne, alla Herbert George Wells e alla Edgar Allan Poe: un’affascinante avventura mescolata a fatti scientifici e visioni profetiche…»[5]

Insomma, in origine la fantascienza non sembra proprio quello strumento nobile di conoscenza che viene identificato da Suvin. E di questo bisogna senz’altro tenere conto.È pur vero però anche che, col passare degli anni e poi dei decenni, c’è stata un’evoluzione: e se sia il genere a essersi evoluto, o se sia il termine a non essere più adatto (come sostiene Kingsley Amis[6]) a identificare almeno un certo tipo di fantascienza, rimane un problema aperto.Vediamo allora qual è la definizione proposta da Amis:

Science fiction is that class of prose narrative treating of a situation that could not arise in the world we know, but which is hypothesised on the basis of some innovation in science or technology, or pseudo-science or pseudo-technology, whether human or extra-terrestrial in origin.[7]

Una definizione interessante, se non fosse che lascia fuori opere come, per esempio, The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood, un romanzo nel quale il cambiamento non avviene in base a innovazioni scientifiche ma in seguito a una rivoluzione politica, e che pure è a buon diritto preso in considerazione dalle più autorevoli riviste di critica sulla fantascienza. Del resto, lo stesso Amis poche pagine dopo propone una definizione un po’ più vaga, ma forse più utile:

science fiction presents with verisimilitude the human effects of spectacular changes in our environment, changes either deliberately willed or involuntarily suffered.[8]

Rimane il fatto che come definizione è comunque troppo vaga. Insomma, sembra che non se ne esca. Forse, però, l’errore è proprio quello di voler considerare la fantascienza un genere. Questa almeno l’opinione di Aldiss e Wingrove:

The difficulty – the infinitude of SF – lies in the obdurate fact that it is both formulaic and something more than a genre. It is a mode that easily falls back into the genre. The model is flexible, changing with the times. New designs are forever produced. SF can be conventional and innovative at one and the same time.[9]

Non è il caso forse di provare a dare qui una definizione ultima del termine “fantascienza”. È però utile cercare di stabilire delle coordinate. Ai fini di questo studio saranno dunque prese in considerazione solo le opere pubblicate dopo la seconda guerra mondiale (con la parziale eccezione del ciclo di Foundation di Asimov, apparso per la prima volta su Astounding Stories a partire dal 1942, ma comunque pubblicato in volume dopo la guerra). All’interno di questo corpus, saranno considerate fantascienza innanzi tutto quelle opere che comunemente – in genere per esigenze commerciali – vengono considerate tali, e comunque tutte quelle la cui trama si inserisce nelle coordinate temporali fornite da Dick (futuro, presente alternativo, passato alternativo) e/o che contengano innovazioni di tipo scientifico o tecnologico. All’interno di queste, però, saranno oggetto di studio solo quelle che, seguendo le indicazioni di Suvin, oltre a un’ambientazione straniante, presentino soprattutto un fine cognitivo.


[1] Sull’influsso di Wells su Orwell, ved. C. Pagetti, “A futura memoria: il diario di Winston Smith” in Francesco Marroni, Carlo Pagetti, Oriana Palusci (a c. di), George Orwell – 1984 – Un romanzo del nostro tempo, (Atti del convegno di Giulianova, marzo-aprile 1984). Pescara, C.L.U.A., 1986, pp. 77ss., in particolare alle pp. 80-81.

[2] Cit. da Peter Davison, “A Note on the Text” in G. Orwell, op. cit., p. v.

Trad.: Sono interessato a quel genere di libro, anzi sto prendendo appunti per poterne scrivere uno io stesso prima o poi.

[3] Philip K. Dick, The Man in the High Castle, 1962. London, Penguin, p. 109.

Trad. La svastica sul sole di Maurizio Nati. Roma, Fanucci, 1997, p. 157.

[4] Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza – Poetica e storia di un genere letterario. Bologna, Il Mulino, 1984, pp. 4-5

[5] O. Del Buono, “Introduzione all’edizione italiana” di D. Suvin, op. cit., p. x.

[6] K. Amis, New Maps of Hell – A Survey of Science Fiction, 1960. London, Gollancz, 1961, p. 25.

[7] Ibid., p. 18. Trad. Nuove mappe dell’inferno – Panorama della fantascienza di Marina Valente. Milano, Bompiani, 1962, p. 23.

[8] Ibid., p. 26. Trad. p. 32.

[9] Brian Aldiss with David Wingrove, Trillion Year Spree. London, Grafton, 1988, p. 15.

Trad.: La difficoltà – l’infinità della fantascienza – sta nel fatto ostinato che essa è sia formulaica sia qualcosa di più di un genere. È un modo che ricade facilmente nel genere. Il modello è flessibile, mutevole a seconda dei tempi. Nuovi progetti vengono prodotti in continuazione. La fantascienza può essere convenzionale e innovativa nello stesso tempo.

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Azzorre: un esempio di “politica marittima integrata”

Posted by Selene Verri su luglio 21, 2007

EuroNews

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Donne ancora svantaggiate sul lavoro in Europa, soprattutto dopo la maternità

Posted by Selene Verri su luglio 18, 2007

EuroNews

Le donne in Europa guadagnano il 15 per cento meno degli uomini. È la situazione definita “assurda” dal commissario per l’Occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità Vladimir Spidla.
 
La Commissione ha pubblicato una relazione che indica in che modi l’Unione europea può colmare questo scarto. Una cifra media, che nasconde in realtà una situazione molto più complessa.
 
Le differenze in busta paga cambiano a seconda di diversi fattori: l’età, per esempio. Solo al 7 per cento fino a 30 anni, superano il 30 per cento dopo i 50. O il livello salariale, o ancora gli anni di servizio.
 
Ma a pesare più di tutto è la maternità. Lo scarto aumenta per le donne che decidono di avere dei figli. Perché molte si vedono costrette a rinunciare alla carriera, o a chiedere un part time. Una situazione che il commissario Spidla ha così commentato: “È inaccettabile che una donna, per essere rimasta otto mesi in maternità fra i 20 e i 35 anni d’età, debba subire gli effetti di quest’esperienza sullo stipendio 25 anni dopo, e perfino sulla pensione”.
 
La soluzione? Gli uomini. Cioè, dice Spidla, una maggiore collaborazione nei lavori di casa. Oggi, un uomo che lavora a tempo pieno dedica in media sette ore alla settimana alle faccende domestiche e alla cura dei bambini, contro le 24 ore settimanali di una donna nelle stesse condizioni.

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Bruxelles contro la siccità: aumentare il prezzo dell’acqua e razionalizzare i consumi

Posted by Selene Verri su luglio 18, 2007

 EuroNews
L’acqua è un bene prezioso e deve avere un costo adeguato al suo valore. È una delle conclusioni della Commissione europea che ha presentato la sua strategia contro la siccità. Con i cambiamenti climatici, la penuria d’acqua rischia di aggravarsi nei prossimi anni.

Peter Gammeltoft, della direzione generale dell’Ambiente, ha spiegato: “Gli Stati membri dovranno trovare un compromesso al momento di applicare la direttiva che, da un lato, garantisca che i prezzi in vigore siano un incentivo a risparmiare acqua, e dall’altro, risponda al bisogno sociale di proteggere le nostre fonti e i consumatori”.
 
Insomma, aumentare il prezzo dell’acqua per invogliare a consumare di meno. L’Italia è il paese che spreca di più, soprattutto al sud, con molta acqua persa lungo il percorso. Sotto accusa, a livello europeo, è soprattutto l’agricoltura. Bruxelles chiede quindi agli Stati membri di premiare le tecnologie, le azioni e i prodotti a basso consumo idrico.
 
Ancora Gammeltoft: “Abbiamo bisogno di puntare verso un’economia di efficienza e risparmio idrico, proprio come facciamo con l’energia, perché l’acqua non è qualcosa che ci possiamo inventare”.
 
La Commissione chiarisce che con le sue proposte vuole solo aprire un dibattito, e sollevare l’attenzione sull’urgenza del problema: negli ultimi trent’anni gli episodi di siccità sono nettamente aumentati in numero e in intensità nell’Unione, con un costo per l’economia europea di almeno 100 miliardi di euro.

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Marseille

Posted by Selene Verri su luglio 14, 2007

(In Italiano)


Cathedral
Originally uploaded by falena

I’m quite proud of my Marseille photos. I was there at the end of June for a few days, and I literally fell in love with the city. Hopefully, I’ll go back there soon.

(posted also on Show the Wind How to Fly)

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Perché gli scrittori di fantascienza si occupano di politica?

Posted by Selene Verri su luglio 14, 2007

 Politiche Parallele 

Mai come nel nostro secolo ci si è chiesti quale sia la funzione dell’intellettuale, se quella di guidare, di denunciare, se egli possa pretendere di “cambiare il mondo” – almeno un po’ – o se debba limitarsi a guardare e far divertire, piangere, ridere, rilassare, o, tutt’al più, meditare.Con la fantascienza, poi, il problema si pone all’ennesima potenza: genere di umili natali, sembrerebbe dover ambire solo a far sfuggire il lettore alla realtà quotidiana trasportandolo in mondi lontani, non certo a farlo riflettere sulla realtà concreta e, magari, risvegliare in lui una coscienza politica. Eppure è facile vedere nell’atteggiamento di chi scrive – o produce – fantascienza la “presunzione” – se così vogliamo chiamarla – che fu a suo tempo di Swift: «i miei viaggi muteranno meravigliosamente il mondo»[1].Un compito ben diverso dunque da quello che molti tendono ad attribuire a questi prodotti: in genere, infatti, si pensa che lo scrittore di science fiction voglia prevedere il futuro. Il che, forse, sarebbe ancora più presuntuoso. Ma, al di là dei giudizi di merito, più semplicemente non è questo lo scopo di chi scrive. O lo è solo in seconda istanza:

As a case in point, when Ray Bradbury was once asked if he thought the gritty, mean world of Fahrenheit 451 was meant as a prediction he replied, “Hell, no. I’m not trying to predict the future. I’m just doing my best to prevent it.”[2]

Una frase che dovrebbe bastare per mettere a tacere una volta per tutte quelle menti piccine che per decenni hanno accusato Orwell di aver sbagliato a prevedere come sarebbe stato l’anno 1984 (per non parlare poi di tutte le previsioni sul 2000 azzardate almeno dal secolo scorso a partire da Looking Backward, 2000-1887 di Edward Bellamy).Ciò non toglie naturalmente che ogni tanto qualcuno indovini. E a volte le previsioni, per quanto evidentemente del tutto incidentali, sono nondimeno sorprendenti. Fa impressione, per esempio, a noi lettori “post-Diana” questo frammento tratto da un’ambiziosa storia futura (forse la madre di tutte le storie future del nostro secolo) pubblicata nel 1930:

There was hideous destruction in the school. The palace escaped. But, chief disaster for the cause of peace, a beautiful and extravagantly popular young princess was caught by the explosion. Her body, obscenely mutilated, but still recognizable to every student of the illustrated papers, was impaled upon some high park-railings beside the main thoroughfare towards the city.[3]

Naturalmente, si tratta solo di una curiosità – così come l’episodio, molto più divertente, del presidente americano fortemente puritano e monogamo che si lascia sedurre da una fanciulla venuta dall’Oceano mentre, su un’isola, sta discettando di cruciali questioni politiche con il leader cinese e, anziché essere travolto dallo scandalo, viene osannato dai suoi connazionali come un eroe perché il sacrificio della sua purezza privata gli ha permesso di diventare Presidente del Mondo – e non avrebbe assolutamente senso sindacare sul fatto che l’autore non abbia indovinato esattamente il modo in cui la principessa muore. D’altro canto, è chiaro che se Stapledon è riuscito a “prevedere” un fatto del genere, evidentemente già a quei tempi erano individuabili atteggiamenti in tutto simili a quelli del giorno d’oggi (non è certo un caso l’ironia della frase «still recognizable to every student of the illustrated papers»).Si diceva però che prevedere non è il fine ultimo degli scrittori di science fiction, quanto meno non dei più “impegnati”. Ma la fantascienza può davvero arrogarsi la pretesa di agire sulla realtà? Secondo il solito Pohl, la risposta non può essere che affermativa:

More than that, science fiction has actually taken a part in creating political change, and one of its most effective ways of doing so is by offering new models to its readers. For example, consider how science fiction has encouraged the change of attitudes in race relations. They tell me that when Captain Kirk kissed Lieutenant Uhura on Star Trek it broke an ancient tabu. That was said to be the first interracial kiss on television, and perhaps it has played some part in the increased – perhaps only very slightly increased – tolerance for black-and-white love affairs in the real world.[4]

Ma non sono solo coloro che producono fantascienza – e che quindi possono essere sospettati di coltivare un interesse personale nel sostenere certe posizioni – a testimoniare l’importanza del genere nei cambiamenti di atteggiamento delle persone. Proprio Star Trek infatti ci permette di scomodare in merito un personaggio che, forse, nessuno penserebbe di trovare citato in uno studio sulla science fiction. Ecco che cosa racconta Nichelle Nichols, l’attrice che impersonava, per l’appunto, il Tenente Uhura, e che alla fine della prima stagione della serie aveva deciso di abbandonare Star Trek:

Quel fine settimana partecipai a uno spettacolo di beneficenza e mi si avvicinò qualcuno che mi disse: «Miss Nichols, c’è una persona che vorrebbe vederla, un suo ammiratore». Io mi aspettavo di trovarmi davanti un ragazzino, invece mi voltai e mi trovai di fronte al dottor Martin Luther King. Rimasi di sasso. Lui disse: «Sì, io sono un suo grande ammiratore, anzi in casa mia nessuno si perde mai una puntata». Io lo ringraziai e gli dissi che avevo intenzione di lasciare la serie alla fine della stagione. Lui rispose: «Non può!». Io ero sconcertata e gli chiesi perché. E lui: «Si rende conto di chi è lei? Di quello che ha? Non sa che lei è entrata nella storia? Lei ha aperto una porta e non bisogna permettere che venga richiusa. Lei fa parte dell’equipaggio dell’Enterprise, e in un ruolo di comando, in esplorazione pacifica. Lei ha cambiato per sempre il volto della televisione, ha dato vita a un personaggio che possiede dignità, bellezza e intelligenza. Non può andarsene. Lei è un punto di riferimento, e non intendo solo per i bambini neri. Il ruolo più importante ce l’ha nei riguardi di coloro che sono diversi da noi e per la prima volta ci vedono per quello che siamo: uguali. Esseri umani uguali in esplorazione pacifica. Nichelle, lei non può andarsene».[5]

Si potrebbe obiettare che sia stata la potenza della televisione a fare il miracolo, non tanto il fatto che si trattasse di un programma di fantascienza. Ma non è così, da quel che si può dedurre da quest’affermazione di De Forest Kelley (il Dottor McCoy dello schermo):

Facevamo intrattenimento e nel frattempo trattavamo temi importanti: la guerra del Vietnam e molte altre cose di cui si poteva parlare in una serie di fantascienza ma non in una normale serie televisiva.[6]

Già, perché forse al giorno d’oggi le cose sono un po’ diverse, ma da sempre la fantascienza e i generi suoi precursori (satira, utopia…) hanno il vantaggio di dire le cose come stanno camuffandosi dietro alibi quali mondi immaginari, storie avventurose, realtà aliene. E spesso nei secoli questo è servito per parlare di argomenti dei quali altrimenti si sarebbe dovuto tacere. Non è stato sempre e ovunque così, naturalmente (la science fiction in Unione Sovietica ha avuto vita difficile, così come in Cina, dove solo a partire dagli «anni 90 non subisce praticamente più l’influenza di fattori politici»[7]) ma spesso questo è stato il grande vantaggio della fantascienza, genere “basso”, rispetto a generi più “rispettabili” o considerati tali, e quindi non preso in considerazione dalle istituzioni come qualcosa di potenzialmente pericoloso. Forse era anche a questo che si riferiva Orwell quando faceva scrivere a Winston Smith sul suo diario:«If there is hope (…) it lies in the proles»[8]. 


[1] Cit. da Daniela Guardamagna, Analisi dell’incubo – L’utopia negativa da Swift alla fantascienza. Roma, Bulzoni, 1980 p. 62 n. 1.

[2] F. Pohl, op. cit., p. 8.

Trad.: Per fare un esempio pertinente, quando a Ray Bradbury fu chiesto, un giorno, se pensasse che il mondo desertificato, mediocre di Fahrenheit 451 fosse inteso come una predizione, rispose: “No, che diavolo! Non sto cercando di predire il futuro. Sto solo facendo del mio meglio per prevenirlo

[3] Olaf Stapledon, Last and First Men, 1930.

Trad. Infinito di Antonio Ghirardelli. Milano, Mondadori, 1997, p. 33.

[4] F. Pohl, op. cit., pp. 8-9.

Trad.: Non solo, ma la fantascienza ha addirittura avuto un ruolo nel provocare mutamenti politici, e uno dei modi più efficaci per farlo è stato offrendo nuovi modelli ai suoi lettori. Per esempio, pensate a come la fantascienza ha incoraggiato il cambiamento di attitudini nelle relazioni fra razze. Mi dicono che quando il Capitano Kirk baciò il Tenente Uhura in Star Trek, questo gesto spezzò un antico tabù. Si disse che era il primo bacio interrazziale visto in televisione, e forse ha avuto qualche peso nell’accresciuta – forse accresciuta solo molto leggermente – tolleranza nei confronti delle relazioni amorose fra bianchi e neri nel mondo reale.

[5] Video Star Trek: Diario del Capitano. Novara, De Agostini, 1999.

[6] Ibid.

[7] Xing He, scrittore cinese di sf, intervistato da Laura Corradini per la rivista telematica Delos all’interno del servizio “CyberCina” (Delos n. 51: www.delos.fantascienza.com/delos51/cina.html)

[8] George Orwell, Nineteen Eighty-Four, 1949. London, Penguin, 1990, p. 72.

Trad. 1984 di Gabriele Baldini. Milano, Mondadori, 1986, p. 93.

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Kouchner: Serbia nell’Ue solo una volta che sarà risolta la questione del Kosovo

Posted by Selene Verri su luglio 12, 2007

EuroNews

La Serbia non può sperare di entrare nell’Unione europea se non sarà risolta la questione del Kosovo. A dirlo da Belgrado è Bernard Kouchner, ministro degli esteri francese ed ex governatore Onu della provincia serba a maggioranza albanese.
 
Stati Uniti ed Europa stanno lavorando a una nuova bozza di risoluzione che prevede altri quattro mesi di negoziati fra i kosovari delle due etnie.
 
Kouchner ha fatto capire che in mancanza di un compromesso, l’unica via d’uscita potrà essere solo l’indipendenza della provincia: “Se riusciamo a parlare, a riprendere il dialogo, naturalmente anche con i russi, allora possiamo discutere di un rinvio, possiamo fare qualunque cosa. Ma se nessuno vuole parlare, se da un lato si dice indipendenza e dall’altro, no, niente indipendenza, allora alla fine sarà necessario prendere una decisione, e questo avverrà sicuramente nella direzione del piano Ahtisaari”.
 
Il mediatore dell’Onu, Martti Ahtisaari, raccomanda per il Kosovo un’indipendenza sotto sorveglianza internazionale. Mosca, alleata di Belgrado, ha minacciato il veto a una risoluzione di questo genere, e si è già detta contraria anche al nuovo testo.
 
Le affermazioni di Kouchner fanno eco a recenti dichiarazioni del presidente della Commissione europea Barroso.
 

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Liberalizzazione delle poste: l’Europarlamento vota per due anni in più di tempo

Posted by Selene Verri su luglio 11, 2007

EuroNews 
Sulla liberalizzazione dei servizi postali, gli eurodeputati chiedono due anni di tempo in più rispetto alla Commissione.
 
Il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo ha votato ad ampia maggioranza la proposta di direttiva che apre la concorrenza per la posta fino a 50 grammi, ultimo monopolio rimasto, ma solo a partire dal 2011. Bruxelles aveva proposto il 1° gennaio 2009.
 
I deputati cercano di venire così incontro alle obiezioni di chi – francesi in testa – teme che la liberalizzazione totale porti a una corsa dei fornitori verso le zone più densamente popolate a scapito di aree meno redditizie.
 
I due anni in più servirebbero infatti agli Stati membri per trovare i mezzi di finanziamento che garantiscano la continuazione del servizio su tutto il territorio. Altri due anni saranno concessi ai nuovi stati membri e a diversi paesi con una topografia complessa, come la Grecia che ha molte isole.
 
Ora il testo tornerà sul tavolo dei ministri dei Ventisette, piuttosto divisi sulla proposta.

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