Se la distopia per eccellenza è quella totalitaria, l’utopia per antonomasia risulta essere quella anarchica, come se fosse la presenza stessa dello Stato a rappresentare la negazione dell’utopia: se lo Stato è onnipresente si ha il totalitarismo e quindi la distopia, se assente l’anarchia e quindi l’utopia, se presente ma non soffocante, la realtà attuale, concreta, equidistante da sogno e incubo.
Diversamente però dai modi di immaginare i regimi totalitari, non sembrano esistere veri e propri “cliché” per i testi nei quali vengono descritti immaginari stati anarchici. La ragione di questa varietà sta, evidentemente, in un fatto concreto: mentre i totalitarismi si sono realizzati nella realtà, e su scala nazionale quando non internazionale, e pertanto hanno mostrato di presentare caratteristiche affini, di stati anarchici, allo stato attuale, non ne sono mai esistiti: non, quantomeno, della portata dei totalitarismi novecenteschi. Questa è sia la ragione per la quale l’anarchia può rimanere utopia, un sogno da realizzare, un traguardo da raggiungere, sia, a livello letterario, il motivo per cui ciascuno può immaginare il suo stato un po’ come preferisce.






